IL BISOGNO DI SICUREZZA E LA DIFESA CIVILE PER L'EUROPA
di Francesco Tullio

1. Il bisogno di sicurezza
Dopo l'11 settembre 2001 emerge un filo conduttore ampiamente condiviso nella riflessione dell'Occidente: evento traumatico, minaccia del terrorismo, bisogno di sicurezza, bisogno di difesa. Delle divergenze si rilevano invece nelle analisi delle radici del terrorismo e nelle scelte operative. L'oggetto di questo intervento e' l'interpretazione della sicurezza. La nozione di sicurezza nelle scienze politiche viene tradizionalmente connessa a due settori, quello estero e quello interno. Il primo tratta le eventuali minacce provenienti da altri paesi a cui si risponde operativamente con la disponibilita' di un potenziale militare adeguato a dissuadere eventuali aggressori, ma spesso anche idoneo a tutelare con la forza i propri interessi all'estero. L'altra accezione del termine sicurezza tratta il rischio per l'integrita' dello stato di fronte ad organizzazioni politiche, movimenti criminali e tendenze disgreganti interne. Questo seconda implicazione rimanda operativamente perlopiu' alla disponibilita' di adeguate forze di pubblica sicurezza. Dalla fine della guerra fredda risulta evidente che le minacce alla sicurezza di un paese o di una societa' non sono piu' solamente di tipo classico: la crisi ecologica globale, con la minaccia di un repentino cambiamento climatico, rappresenta un pericolo sempre piu' concreto, al quale naturalmente non esiste una risposta armata.
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Il concetto classico e' stato ridefinito negli anni '90 in particolare da Buzan, che ha introdotto le cinque dimensioni seguenti della sicurezza:
1. militare, comprendente le capacita' offensive e difensive degli stati e le percezioni relative;
2. politica, riguardante la stabilita' degli stati in quanto organizzazioni;
3. economica, riguardante la stabilita' dei rapporti finanziari, commerciali e produttivi;
4. sociale, che si rifa' agli aspetti culturali, linguistici e religiosi del vivere comune;
5. ambientale, che riguarda il mantenimento della biosfera e degli ecosistemi locali (1).
Questa nuova nozione di sicurezza e' stata fatta propria dalle autorita' politiche e militari dell'Occidente per esempio nello Strategic concept della Nato dell'aprile del 1999 che recita al par. 25 "l'Alleanza si impegna in un approccio ampio alla sicurezza, che riconosce l'importanza dei fattori politici, economici, sociali e ambientali in aggiunta all'indispensabile dimensione della difesa". Tale riconoscimento di principio tarda a tradursi in adeguate linee operative. La complessita' del sistema con le sue contraddizioni, le sue smagliature, le sue lotte di potere e di possesso non hanno potuto prevenire la catastrofe dell'11 settembre. Si e' affermato che nel nuovo sistema globale non vi puo' essere sicurezza se non nella sicurezza reciproca e multidimensionale (2). Tuttavia si tarda ad aggiornare i programmi di difesa, incentrati sulla potenza bellica e repressiva, alla nuova concezione ampia della sicurezza. Evidentemente esiste nei fatti una logica diversa da quella affermata. Qualcuno, applicando l'arroccamento militare e fomentando la contrapposizione violenta, in base ad un proprio calcolo di costi/benefici, ritiene ed afferma implicitamente che questa sia la strada che offre maggiori probabilita' di tutela della propria comunita' e dei propri interessi (3). Dopo l'11 settembre "si parlo' dalle due parti dell'oceano di una minaccia unificante del terrorismo, che non veniva dall'Islam ma da una delirante estremizzazione ideologica, e che avvertivamo come una minaccia per la civilta' che noi europei e americani, insieme, incarnavamo. E' emerso in modo sempre piu' vistoso che, da parte dei neoconservatori americani, il bisogno di sicurezza viene fatto prevalere sull'ordine internazionale garantito dalle istituzioni sopranazionali. E quindi ci siamo ritrovati davanti ad un'America che si affida a quella che noi europei abbiamo abbandonato da un secolo, e cioe' la 'Macht-Politik' che oggi premia gli Stati Uniti e domani potrebbe premiare la Cina" (4).
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Il bisogno di sicurezza, in questo passaggio di Giuliano Amato, viene dunque contrapposto operativamente all'ordine internazionale. L'ordine internazionale e l'ordine europeo sono in fondo anch'essi risposte al bisogno di sicurezza, ad un certo tipo di visione della sicurezza, piu' basata sulla ricerca del dialogo. La realizzazione di queste scelte non puo' prescindere pero' dalla considerazione degli strumenti e degli attori tradizionali che il sistema adottava per la propria sicurezza. E' irrealistico pensare che le componenti della societa' e delle istituzioni nazionali europee, che si sono occupate finora della sicurezza in termini classici accettino di collaborare al piano europeo senza avere alcun ruolo. La difesa europea dovra' quindi contemplare entrambi questi elementi calibrandoli sapientemente, senza permettere che la foga difensiva tradizionale ostacoli la costruzione del dialogo anche con i potenziali avversari. La discussione politica fra Usa ed Unione europea a due anni circa dall'11 settembre 2001 verte di fatto su quale combinazione di queste opzioni si possa mediare. Un avanzamento nel senso della nuova concezione della sicurezza e' avvenuto nella bozza di costituzione europea che nella parte I, titolo V, articolo 40 sulle "Disposizioni particolari relative all'attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune" che recita: "1. La politica di sicurezza e di difesa comune costituisce parte integrante della politica estera e di sicurezza comune. Assicura che l'Unione disponga di una capacita' operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L'Unione puo' avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite". Tuttavia nella bozza di convenzione e' stata anche inserita una proposta di agenzia per gli armamenti. Le reti europee con le quali il Centro studi difesa civile collabora (Eplo - European Peace Liason Office) propongono per equilibrare il peso di una tale agenzia, una modifica al testo della convenzione che preveda la realizzazione accanto alla Agenzia per gli armamenti di una Agenzia del Peacebuilding e per la gestione costruttiva dei conflitti. La politica dell'Unione europea e' molto orientata alla prevenzione dei conflitti. La stessa Unione e' il risultato di una riduzione delle sovranita' nazionali in una logica di dialogo e di prevenzione che dovra' essere auspicabilmente applicata anche ad ulteriori ambiti. Se dunque l'Unione intende garantire la propria sicurezza con mezzi sia civili che militari, e' opportuno che non esista solo una agenzia europea sugli strumenti militari, ma che se ne costituisca anche una sul peacebuilding. Conviene orientare tutte le energie a raggiungere questo obiettivo, anziche' disperdersi in polemiche con gli altri operatori della sicurezza, con i quali spesso non concordiamo ma dei quali ho imparato ad apprezzare spesso l'onesta' intellettuale e la fedelta' alla Costituzione.
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Note
1. Barry Buzan, People, States and fear. An agenda for international
security studies in the post-Cold War era, Hempstead: Wheatsheaf, 1991.
2. Io stesso ho ripreso tale affermazione nella ricerca effettuata per il
Cemiss: La difesa civile ed il progetto Caschi Bianchi, peacekeepers civili
disarmati, Franco Angeli, Roma 2001.
3. Quali siano queste comunita' ed interessi sara' difficile farlo
riconoscere esplicitamente.
4. Intervista a Giuliano Amato, "La Repubblica", 9 aprile 2003.

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