|
RIFLESSIONE
di Ausilia Riggi Pignata
Non riesco ad inserirmi nell'interessante dibattito sulla nonviolenza, e in particolare sulla piega che ha preso circa la proposta di Lidia Menapace, senza interrogarmi sulle mie stesse perplessita'. Queste mi sono sempre state compagne utilissime nella ricerca di idee che non svaporino nel gia' trito e che abbiano un minimo di concretezza sul "che fare oggi". Le mie perplessita' si proiettano su un quadro ideale che deve avere, non solo una sua logica, ma anche una sua relazione con i mezzi per accostarvisi. In questo mio intervento, non so perche', mi piace indugiare su tale quadro, perche' ho bisogno di credere, ancora una volta (come mi e' capitato per l'utopia marxiana), che sia attuabile. Non nel senso di far coincidere l'utopia con la realta', ma di inaugurare davvero il nuovo piu' nuovo. Il quale potra' essere calpestato, ma se in esso esplode la creativita', non si potra' fare a meno di tenerne conto.
*
La nonviolenza come teoria e prassi per una pace estesa a tutti i livelli, apre un capitolo inedito nella storia, tutto da realizzare. Non so fino a che punto ce ne rendiamo conto. Si tratta di un capovolgimento totale dei parametri su cui si regge la convivenza umana, di novita' assoluta. E, si sa, il nuovo ha i suoi fanatici e i suoi indolenti, e percio' puo' avere la durata di una fiammata, cui seguirebbe, immancabile, la curva discendente; e tutto ritornerebbe come prima. Il nuovo della nonviolenza va dato in mano a pazienti indefessi longanimi costruttori: tali da resistere ad ogni logoramento, da scavare in profondita', da sfuggire alla precarieta' da cui e' segnata ogni conquista umana. Non ci si puo' limitare a propagandare l'era della nonviolenza come risultato buono, frutto di laborioso e travagliato impegno che segna una qualsiasi tappa evolutiva; c'e' di piu'. Si tratta di un salto antropologico, tale da mutare l'ordine naturale deterministico, e da far nascere dalle ceneri del passato l'oltre-uomo, di cui parlava Nietzsche in altri contesti. C'e' da riconoscere l'eccezionalita' di questo avvento, almeno nella mente e nel cuore dei piu' seri facitori di verita'. Eccezionalita' da affidare meno all'intellettualita' o alla politica o alla religione o all'etica. Perche' la nonviolenza, o si genera all'interno e al centro della persona e delle societa', o il suo destino verra' assimilato a quanto (soprattutto in campo di conquiste sociali) finora si e' rivelato relativo e da relativizzare, se non da rinnegare.
*
A questo punto, nella mia mente, condizionata costantemente dalla fede religiosa, mi pare che una garanzia di Novita' (con la maiuscola) non la puo' dare che un principio saldo ed indiscutibile (prendere o lasciare: senza questo le nostre parole sono cembali sonanti): l'essere umano e' perfettibile; tanto piu' perfettibile quanto piu' e' consapevole che l'esistente nel quale e' immerso e' attraversato dall'infinito. I valori via via acquisiti lungo i tempi, abbisognano di un ancoraggio oltre il tempo e lo spazio. In ogni istante c'e' tutto, se vissuto nella pienezza che lo filtra e trasporta al di la' del suo scorrere. Non tutti si accorgono (sottolineo l'uso di questo verbo) che il divino e' nell'istante, in cui si ripete, attraverso di noi, l'atto creativo. Quando si assapora tale consapevolezza, si e' nello stesso tempo carichi della grande responsabilita' di trasportare l'umanita' oltre se stessa. Penso a Simone Weil, alla sua grande fede nell'umanita' capace di infinito. Solo una viva fede puo' usare questo termine, e fondare, su tutte le cadute storiche, una possibilita' che sfidi la caducita' del tempo. Si', per segnare la grande svolta che inclini il cammino storico verso una meta perennemente nuova, quale e' la nonviolenza, unico paradigma che meriti il nome di umano, ci vuole una grande fede nell'infinita' delle potenzialita' umane. In tutti/e coloro che scrivono in questo foglio si sente vibrare la sete di un nuovo ordine che non sia solo quello della legge, dei diritti acquisiti e da acquisire, della pur utilissima solidarieta'. Trovo in loro la ferma volonta' di un nuovo patto sociale, che sia sotteso ed esplicito in ogni convenzione regolatrice dei rapporti umani. Trovo respiro di mondialita', perche' ogni conquista umana, localizzata qua e la', resta tale se sfida, oltre che il tempo, lo spazio.
*
Nel proporre la nonviolenza a tutti i livelli, non c'e' chi non distingua nettamente i sogni utopici dalla loro realizzazione sempre imperfetta... Come non guardare alla lezione che ci proviene dalla deformazione in cui si sono inceppate tante prospettive lungo le varie epoche? Perfino la Bibbia canta l'idillio della pecorella che sta accanto al lupo. Bisogna assolutamente strappare a tale sorte la volonta' di pace. Questa dovra' restare incontrastata signora della storia, da servire per riedificare un mondo impantanato in mostruosita' indicibili. A nulla serve rifugiarsi nel sogno o proiettarsi nell'indefinito orizzonte di una pace di la' da venire. Essa deve sostanziare l'oggi, e fare da punto fermo, dal quale non tornare mai piu' indietro. Chi afferma che la nonviolenza e' impossibile nella molteplicita' dei suoi presupposti e dei suoi corollari, non capisce che si tratta di una necessita' storica (dato il punto di complessita' al quale siamo approdati); nonche' di un fatto che tracende ogni scelta, e annunzia, non la fine della storia, bensi' il bandolo dell'intricata matassa che l'avviluppa in enormi contraddizioni.
*
A partire da queste premesse mi accostero' alla proposta di Lidia e ne vagliero' la sua novita'. Convinta, come ho detto sopra, che o l'essere umano del nuovo e' capace, o e' destinato a subire le vicende storiche come se fossero sottratte alla liberta', alla creativita' umana. Il discorso si complica, se teniamo conto del fatto che la violenza non dipende unicamente dalle scelte individuali, ma e' intrinseca, strutturalmente, in ogni tipo di aggregazione umana. Nell'universo umano la liberta' dovrebbe giocare la sua parte per svincolarsi dal determinismo; eppure in esso la "lotta di tutti contro tutti" e' ancora, in maniera piu' o meno velata, legge rigorosa, la piu' violenta. La legge elaborata dalla mente umana ha di fatto sostituito alla violenza naturale un altro tipo di violenza, adoperata da "persone di potere" che predominano sui deboli. Dove mai c'e' stato ordine (sempre relativo) senza strutture di potere, qualunque esse fossero? (Qui apro una lunga parentesi: e' proprio vero che le primitive societa' ci avrebbero superato in materia di partecipazione alle comuni decisioni? Sarebbe troppo lungo tentarne una dimostrazione: basti dire che delle civilta' "morte" sono rimaste tracce che testimoniano una tale magnificenza del potere, che puo' liberarci dalla tentazione di immaginare paradisi terrestri per tutti; sono stati sempre i pochi a far uso ed abuso del potere a discapito degli altri. Talvolta si e' verificata qualche esemplare anticipazione di novita', ma di forma, durata ed estensione ben limitata).
*
Non e' inutile confessare a noi stessi che di fronte alle continue sconfitte della razionalita' non c'e' speranza di far attecchire la nonviolenza ad ogni livello. Soltanto le lotte per uguali diritti e doveri costituiscono una pagina necessaria da scrivere sulla nonviolenza, nonostante la scarsita' dei risultati. Non sono pochi a pensare che la "forza (che e' violenza) legalizzata" abbia una sua ragion d'essere, quasi che la violenza avesse diritto di cittadinanza se usata nell'esercizio della giustizia. La nonviolenza dovrebbe evitare sempre e in ogni caso l'uso della violenza, perche', anche se dispiegata contro i trasgressori della legge, si contagia e si perpetua in coloro che puniscono e in coloro che sono puniti. Fa male sentir parlare di "debito da pagare alla giustizia". La tutela della legge non puo' e non deve assumere carattere meramente punitivo, bensi' riabilitativo: ricostruttore dell'umanita', sconfitta dalla perversione indegna di essere chiamata umana. E' vero: siamo testimoni giorno dopo giorno del facile esplodere della violenza, anarchica, distruttiva, corrosiva di ogni principio; e la nonviolenza non puo' stare a guardare. Ma, o si fa di questa il perno attorno a cui far ruotare ogni tipo di convivenza pacifica, o si puo' battere la ritirata e dar ragione a chi vuole "l'uso legittimo della forza".
*
Analogo discorso si puo' fare circa alcune ideologie che hanno ispirato forme di governo impostate sull'idea di "Stato etico". Secondo la tesi su cui si fonda, esso trasferisce la liberta' dei singoli nello stato o in una fede. Facendo coincidere religione o razionalita' con eticita', la liberta' dei cittadini e' inghiottita nella piu' terribile delle costrizioni, perche' diviene uniformita' estorta con la violenza. La violenza strutturale invade l'orizzonte della liberta', nel cui ambito i singoli non contano. Cio' non significa dare spazio al libero arbitrio di ciascuno. Siamo in molti a ritenere che una societa', per vivere in pacifica convivenza, debba essere attraversata da un sentire morale non imposto, nutrito di fede nei valori umani. Nelle tappe successive a quelle in cui ci si ispirava (detto in modo approssimativo) all'idea di stato etico, tuttora dietro l'angolo e sistematicamente in vigore in molti paesi, si sono avute forme di governo piu' razionali. Le odierne democrazie, disincagliate per principio dal vizio originale dell'uso della violenza di stato, tardano a tradurre la nonviolenza nella concretezza della vita. Il potere ha cambiato volto e alcuni metodi irrazionali, mettendo da parte il "patto sociale". E' insopportabilmente lungo il tempo che trascorre tra la legge imposta e quella iscritta, come dice Russeau, nel cuore e nella mente di ciascuno. Se dovessimo non attendere piu' e cedere allo scoraggiamento, sarebbe inutile il nostro discorrere di nonviolenza.
*
Debbo confessare che anch'io, nell'insegnamento della storia, ho percorso con una certa angoscia, insieme agli studenti, il succedersi dei fatti storici che ripetono, dietro il protagonismo delle guerre, il camuffato riaffermarsi della volonta' di potenza dei forti. Fa eccezione il pensiero marxiano? Marx e' da rileggere guardando all'utopia che egli contrappone alle ideologie. Strappare il potere ai cosiddetti Grandi e donarlo alle masse, come lui preconizza, implica un capovolgimento tale da rendere necessarie innumerevoli fasi di transizione, nonche', possiamo aggiungere, una riformulazione continua del concetto di potere. Procedendo a partire dal suo pensiero, ma sviluppandolo, ci si e' resi conto che anche la teoria desunta da una prassi deve essere riesaminata e corretta mediante la riflessione sui metodi. Forse la sua eredita' piu' credibile e' nell'insistente richiamo a non lasciarsi sfuggire di mano un potere di cui nessuna struttura e' autorizzato ad impossessarsi. Un pensiero da non accantonare a causa del fallimento del cosiddetto "socialismo reale"; che merita molti sviluppi, soprattutto in merito alla prefigurazione di un riassetto davvero nuovo della societa'. Questa dovrebbe reggersi, non sulla sovranita' dello stato, e forse - per ora lo affermiamo con sussiego - neanche tramite la rappresentanza partitica, ma su un tipo di struttura in movimento, in crescita, come avviene nello sviluppo di ogni organismo vivente; struttura sostanziata di ricerca, propositiva, tale che, volta per volta, potesse farsi compagna di tutti i movimenti di liberazione. Oggi, se sapessimo interpretare lo spirito dei tempi, e non le sue aberrazioni, vedremmo profilarsi la grande voglia di guardare in avanti, operando il passaggio dalla necessita' strutturale a quella che chiamerei liberta' antistrutturale, nel senso che sia la struttura ad adeguarsi alla vita, e non viceversa; e che l'alto e il basso non restino immobilizzati nell'opposizione, ma si dinamicizzassero. La lotta alle ideologie, quale Marx auspicava, oggi potrebbe servire a prendere le distanza da tutto cio' che si delega e si lascia in balia di altre forme sottili di potere. Penso, ad esempio, all'idolatria delle competenze. Queste sono necessarie anche sotto il profilo politico, se distribuite e rispettose di esigenze maturate nell'impatto col quotidiano: la cartina di tornasole della validita' della teoria e' sempre nel suo lasciarsi intersecare dalla pratica, dal modo semplice in cui si svolge la convivenza spicciola di cittadini rispettosi nel relazionarsi. (Mi permetto una parentesi: la pubblicita' oggi dominante si alimenta dello scambio tra le attese e i gusti della gente e chi ne prende atto per sfruttarlo; ma questo e' un cattivo modello di reciprocita', perche' le competenze sono asservire alla legge del mercato, in mano a chi e' piu' forte).
*
Piu' l'analisi si approfondisce nel tentativo di svincolare ogni aggregazione umana dalle pastoie della violenza, spesso invisibili ad occhio nudo ed inesperto, piu' si diviene consapevoli delle sue insidie. Mi fa piacere, ne' mai me ne stanco, quando leggo: "la nonviolenza e' in cammino". Aveva ragione, a suo modo, la frase marxiana: il comunismo in un solo paese non puo' reggersi. Trasferendo al nostro discorso il senso della frase, dobbiamo convenire che, per giungere a forme di associazione civile, estese a tutti i popoli della terra, ci va un impegno ciclopico: dissociare la violenza dal potere comporta far convergere tutte le potenzialita' umane nella creazione di nuovi stili di convivenza, tali da far esplodere ovunque la pace. La pace, e' stato detto da un fine analista come Machiavelli, facilmente si tramuta in ozio e quindi in licenza. Si puo' essere d'accordo sotto un solo profilo: la pace non si potra' mai mantenere nell'immobilismo. E' conquista continua; se non si espande, si tramuta davvero in inerzia dello spirito. Mentre scrivo, sento la paura di cadere nell'enfasi delle utopie astratte, dei velleitarismi e dei fanatismi di ogni genere. E per esorcizzarla non ho saputo parlare della nonviolenza senza aver fatto un giro di orizzonte nella storia. Mi convince, in questa ricerca a piu' voci, il discorso su un attivismo nonviolento che superi perfino i concetti di un sano riformismo, al quale si ispirano, nei paesi occidentali, le politiche meno perverse. Quanto a noi, dobbiamo parlare con termini nuovi, con idee nuove, con volonta' nuova. Non per ignoranza delle lentezze della storia o del bisogno di regole in ogni forma di organizzazione, ma per consapevolezza del limite di cui e' impastato tutto il creato, compresi gli esseri umani. Percio' non dobbiamo illuderci di aver fatto qualcosa di buono nel lanciare idee; occorre soprattutto persistere in esse di fronte agli insuccessi. La scala su cui salire e' fatta di tanti gradini, su ognuno dei quali sostare quel tanto che e' utile per proseguire. Lo scoraggiamento deve trasformarsi, da cedimento, in rinnovata consapevolezza. La compiutezza del sogno di pace non sara' mai raggiunta, ma ad ogni tappa dobbiamo saper girare attorno lo sguardo. Uno sguardo di insieme (che solo Dio puo' avere, ma che da lui siamo chiamati ad apprendere momento per momento), non miope ne' presbite. Dalla storia non si esce. Ma nella storia il nuovo e' sempre possibile. E' vero. La pace mediante la pace e' il traguardo col quale soltanto pochissimi si sono misurati, e spesso pagando con la morte il loro sogno. Oggi puo' essere scoccata l'ora di una mutazione antropologica, mai inverata: quella che permetta all'essere umano di traghettare la vita biologica dalle sacche dell'impotenza contro la morte, verso una vita dignitosa, degna di essere vissuta, dando alla morte stessa un significato oltre la vita. Non parlo dell'aldila', ma dell'eredita' da lasciare alle future generazioni: il proposito fermo di immettere nella creazione la liberta' dalla necessita'. Non c'e' altro centro su cui gravitare, se non un pluricentro umano collaborativo, in continua espansione; tale da accogliere in se' individualita' paghe, anziche' della loro sussistenza, di una sussidiarieta' che trasformi le relazioni umane in cooperazione dai mille modi.
*
Da quando leggo i vari interventi in questa ricerca, sempre, ad ogni affermazione, mi sono posta molte domande, tra cui: come educare la societa'? e a chi spetta tale compito? E il dubbio tormentoso, del quale sono fedele amica, mi fa ipotecare che senza una rieducazione generalizzata in tale materia non sortiremo a nulla. A volte ho l'impressione che parliamo dai tetti in su'. Quando assisto (tramite i mezzi di informazione) a varie mobilitazioni, alcune davvero poderose, sento tanta frustrazione, non per non poter partecipare (i miei acciacchi), quanto perche' mancano i veri interlocutori. I costruttori di pace stanno di qua, mentre dall'altra parte c'e' sordita', noncuranza, dispiegamento di "forze dell'ordine". Cerchiamo vari viottoli per arrampicarci verso mete non raggiungibili per via ordinaria, talvolta scaliamo alcuni picchi, ma. le alte montagne si rivelano ancora inaccostabili. Precedentemente ho parlato della sicurezza che nutro circa l'infinita' (si', parlo di infinita', non di potenzialita' infinite), cioe' l'innata apertura all'infinito di cui e' capace l'essere umano. Questo senso della propria dignita', che sorpassa i limiti dell'esistenza di chi ne e' portatore, va curato e sviluppato: siamo in salita, e se non si va in alto, si scivola in basso. Non mi piacerebbe che una venatura di idealismo ci facesse rifugiare nelle speranze di stampo ottocentesco, quasi che volessimo divenire "educatori dell'umanita'". Magari lo vorremmo, ma ci esprimeremmo diversamente. Quel clima e' passato, e ora ritornano alcuni dei vecchi valori, famiglia patria religione (per via di persone. di mentalita' destrorsa, forse perche' valori tradizionali); ma essi a molti di noi non bastano piu', ci sembrano rinchiusi in un orizzonte ristretto; e infatti non stanno al passo della nostra epoca. C'e' uno scompaginamento etico delle coscienze e, se reagiamo coi moralismi, sprechiamo le nostre energie, o causiamo maggiori danni. Forse tramite questa ricerca che stiamo facendo riusciremo a chiarirci le idee, con la speranza che quelle buone contagino molti. E non e' detto che alla proposta di Lidia, lungo il percorso, non se ne aggiungano altre, sussidiarie, che sfondino le mura al riparo delle quali si riuniscono i "grandi".
*
L'affermazione basilare: la nonviolenza deve essere metodo e fine nello stesso tempo, anche se chiara e precisa, mi fa temere che la nostra azione resti, se resta, nell'ambito delle grandi aspirazioni, e trovi diritto di cittadinanza soltanto ai confini o nei buchi neri delle istituzioni. A me, personalmente, lo stare ai confini pare bello, perche' i confini vanno abitati per scomparire come limiti, e perche', quando la violenza dilagante della guerra dovesse attraversarli, troverebbe dei custodi della liberta' a fare da diga. E' triste il quadro che ci si presenta quando pensiamo alle possibilita' di evitare le guerre. Purtroppo le azioni di tamponamento della marea di una guerra concordata nelle alte sfere, finora si sono ridotte a sfilate e proteste. Il popolo della pace ha mancato di capacita' rappresentativa e propositiva: col dire no alla guerra, il "senza se e senza ma" puo' anche essere allettante, ma non acquista piena dignita', autorevolezza, potere di contrattazione. Al di dentro delle istituzioni e' notte fonda. La politica e' divenuta continuo alterco. E l'opinione pubblica, questa grande signora in poltrona, che ha fatto finora? Non e' forse vero che la gente e' abituata a considerare le guerra una necessita'? Le domande si potrebbero moltiplicare. La conclusione e' la stessa: la via per la formazione di mentalita' in grado di capire quanto sia insopportabile la violenza strutturale e' lunga e sovraccarica di incertezze. Ma almeno imbocchiamola, fugando ogni ombra di dubbio sul nemico da combattere. Nemico che in noi si annida come residualita' di idee non assodate, e fuori di noi combacia, direttamente o indirettamente, con le strutture di potere. Fino a quando il potere sara' strutturalmente accompagnato dalla violenza e dal tacito consenso della gente comune, le nostre parole gireranno a vuoto.
*
Il nodo da sciogliere e' nel fatto che un po' tutti vogliono l'ordine garantito dal potere e lasciano che l'azione disturbatrice sia punita con la violenza. Ben a ragione in questa ricerca e' stata citata Hannah Arendt quando afferma che la violenza puo' distruggere il potere; e che il fine per contrastarla corre il pericolo di venire sopraffatto dai mezzi violenti. Traggo una provvisoria conclusione: la violenza e' duplice: c'e' quella fredda del potere e c'e' quella, piu' esagitata e piu' stridula (adolescenziale), contro il potere. La nostra, mi pare, e' una terza via. Stiamo dalla parte dell'ordine e dell'autorita', non come nuovi stalinisti o come nazifascisti. Quel che vogliamo si deve tradurre, come gia' detto, in proposte concrete, tali da divenire programmi di azione, leggi, "res publica"; e nello stesso tempo da dar forma alla sostanza del discorso che per ora facciamo prevalentemente a tavolino.
*
Mi ricordo che tempo fa Lidia Menapace proponeva la Costituente della strada. L'idea per me era affascinante. Che se n'e' fatto? Vi prego, compagne e compagni piu' giovani, non accantoniamo l'idea. Diamole corpo e anima e spirito. Non si possono far morire idee cosi' belle. Lo sappiamo, se andiamo sulla strada per chiedere ingenuamente pareri e suggerirne altri, e' facile che ci prendano per sobillatori/trici, e la maggioranza continuera' a ragionare con la mentalita' di ieri. Si affaccia alla mia mente la grande marcia di Mao, e tremo di fronte a somiglianze indebite, anche se in un certo senso c'e' da apprendere da tutto. Mi piace di piu' pensare a Cristo, che non si raccoglie misticamente a pregare in comunita' composte e di elevati pensieri, che invece manda ad evangelizzare per le vie del mondo. (Manda, si badi bene, donne e uomini). Abbiamo bisogno di acquistare autorevolezza dal basso. Non e' cosa da poco. I grandi cambiamenti hanno sortito un effetto minimo; penso, ad esempio, alla rivoluzione francese che alla fine ripiega nel termidoro, ma le cui grandi idee sono penetrate via via nell'orizzonte culturale. Voglio ribadire e approfondire due concetti.
*
Il primo. La frase femminista "il massimo di autorita' col minimo di potere" traduce il bisogno che abbiamo tutti/e di non sentirci schiavi di nessuna struttura di potere. Tale massima dovrebbe essere cosi' impressa nella nostra coscienza, da trasformarsi in proposta, forte e continua, al potere che ci governa, con un atteggiamento da parte nostra niente affatto umile, ma tale da apparire sobrio ed autorevole. Con la pretesa di dire apertis verbis che deve essere cancellato il concetto stesso di guerra armata. La guerra, sempre figlia della violenza, finisce con la vittoria di chi e' piu' forte e con la sconfitta di chi e' piu' debole. Pare strano che non si riesca a capire una verita' tanto elementare. La scusa che "per vincere la violenza si richiede una violenza piu' schiacciante", anche se ha una sua logica, perde maggiormente di credibilita' quando a disporre della violenza e' un'irrazionale voglia di leadership. La giustificazione della guerra proviene dalla necessita', si dice, di difesa. E si va diffondendo l'idea che, laddove si formino governi democratici, il pericolo della guerra avrebbe minor modo di attecchire. Ma come abbiamo il coraggio di dire cio', se siamo in un mondo interamente sottoposto a guerre permanenti, nelle quali proprio noi occidentali pretendiamo imporci con grande dispiegamento di forze? Se da piu' di un cinquantennio l'idea di stato sociale e' stata assimilata, anche se in modo limitato (si spera che anche i governi di destra non possano spegnere la fiammata di consapevolezza dei diritti umani), perche' non dovrebbe farsi strada anche un'idea di democrazia che ripudi la guerra? Sta a noi acquistare quell'autorevolezza in grado di denunziare che le fondamenta delle nostre democrazie sono strutturalmente imperfette. Ed e' per questo che non vogliamo aggiustamenti di facciata. Ben vengano proposte chiare, di cui incaricare nostri rappresentanti. Ma io non vorrei peccare di ingenuita' nel ritenere che basti si apra un varco di accesso a qualsiasi portavoce che possa avere potere di rappresentanza: vogliamo che si tenga conto della nostra presenza in tutti i luoghi dove il potere si esprime. Le idee sono come il seme: se ne sta sottoterra, ma annaffiato e compenetrato di calore, esce fuori allo scoperto al momento giusto. Ci vuole il partito della pace, che metta a fuoco la violenza del potere e dei poteri contro cui si va a combattere. La giusta mira e' volerlo sovranazionale e, per noi, europeo (ne parleremo in seguito).
*
Secondo. Se siamo contro la violenza del potere, cio' non vuol dire che non dobbiamo aspirare al potere in se': quel tanto che e' necessario per polarizzare la politica al di la' dello schema destra-sinistra. L'unico momento bello in parlamento e' quando si vedono le donne unite trasversalmente a tutti i partiti. Cio' non significa ne' aggiungere una altro partito, ne' rendere labile la diversita' tra i raggruppamenti. L'aria di movimentismo dovrebbe restare qual e'; dobbiamo aggiungere strategie di rappresentanza. A che giova la visibilita' nelle piazze, se poi i cosiddetti Grandi si chiudono nella roccaforte del potere "la' dove il destino dei popoli si cova"? A mio parere (non mi piace aggiungere "modesto", perche' il mio parere e' immodesto) si dovrebbe fare qualche passo in avanti, verso la rappresentanza giuridica. Non mi illudo sui progressi che si son fatti rispetto ai tempi in cui il potere era completamente monolitico. Dobbiamo guardare al passato, eccome; ma l'attenzione deve essere volta al presente e al futuro da non infarcire di velleitarismo. L'importante e' avere una piattaforma "chiara e distinta", e nello stesso tempo flessibile nella pratica, nel rapportarsi ai movimenti che gia' ci sono, e nel trovare il modo per inserirla pienamente nella storia. Leggo stamane: "Le piu' concrete applicazioni della difesa civile consistono attualmente negli interventi di solidarieta' alle societa' civili attraversate dalla violenza nelle esperienze internazionali dei Corpi civili di pace, e nella insistente richiesta ai vertici politici italiani ed europei della loro istituzionalizzazione. Il 'Centro studi difesa civile' e' ad esempio impegnato nella Rete italiana dei Corpi civili di pace, nella rete europea dei servizi civili di pace, nel progetto 'Colombia vive', e nelle 'Nonviolent Peaceforce' che hanno dispiegato operatori per evitare il riesplodere della violenza in Sri Lanka e che offrono inoltre sostegno alle societa' civili di Birmania, del Guatemala, di Israele/Palestina, dell'Uganda". Sono ben felice di quello che si realizza, ma non dobbiamo stancarci di fare qualcosa di sostanziale al di dentro dei nostri governi quanto a rappresentanza continua, giuridicamente valida. Se i termini in cui mi esprimo rivelano la mia scarsa competenza politica, non altrettanto debole e' la mia proposta che vuole essere appunto politica. Perche', ripeto, l'importante e' penetrare nelle strutture. C'e' ancora chi crede che basta nuocere, far violenza nei riguardi del potere, prendendo di mira persone con nome e cognome. Sicuramente, scalzato un governo di destra e succeduto un altro di sinistra, si tornerebbe a fare ancora guerre, fino a che non si arrivera' a scuotere l'impianto del potere violento. Le affermazioni generiche non servono come non servono i personalismi... Servirebbe, nell'immediato, rafforzare il movimento della pace in modo che non sottostia a questo o a quel partito (che poi se ne servirebbe per fini di parte), ma che sia robusta presenza, come ad esempio i sindacati, con cui qualsiasi governo debba confrontarsi. Continuero' ad intervenire, dopo che si preciseranno i termini di azione circa l'Europa. Benissimo l'idea lanciata circa la neutralita' attiva eccetera, ma io la vorrei tradotta in termini politici, come progetto di legge. E' possibile? Come faremo a pretendere che la proposta si trasformi in legge? Coloro che hanno compiuto e discusso la stesura della Costituzione europea hanno ricevuto l'imput nostro circa la nonviolenza strutturale, tale che il nuovo potere europeo se ne faccia garante e/o ne venga condizionato? Non vorrei che finisse come la stupenda proposta di Costituente della strada.
TOP |
|