PER UN'"EUROPA NEUTRALE"
di Enrico Peyretti

Europa neutrale e' il tema posto da Lidia Menapace e dalla Convenzione permanente di donne contro le guerre. Non e' possibile intendere questa idea come atteggiamento disinteressato, avalutativo e astensionista rispetto ai conflitti nel mondo intero. Chi sta equidistante tra vittima e carnefice non e' neutrale, ma complice del carnefice. Distogliere l'occhio da una rissa non e' buona neutralita'. Scrive Lidia Menapace ("La nonviolenza e' in cammino", n. 671, 11 settembre 2003): "Essere neutrali significa invece prendere posizione e agire nelle varie situazioni in tutti i modi tranne che con le armi", ed esemplificava chiaramente. Percio' e' opportuno esplicitare, anche nella formula, che si vuole una neutralita' attiva e pacifica, solidale, nonviolenta-positiva: Europa neutrale, attiva per la pace coi mezzi della pace. Come si puo' cercare questo obiettivo?
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Certamente, la politica e' trattativa, mediazione e compromesso. Non e' imporre i propri principi e persuasioni, fossero anche le piu' giuste e disinteressate, altrimenti e' totalitaria: una parte si fa tutto e schiaccia il "tutto" di quella polis. Ma la politica e' anche verita': i diritti e doveri di tutti verso tutti; la dignita' imprescrittibile di ogni persona, anche di chi la smarrisce per se'; la condanna di ogni violenza, anche della nostra e dei nostri amici o alleati. Si tratta della verita' umana, non di una verita' filosofica o religiosa, persuasione di alcuni, non di tutti; non di una verita' teorica, che convince alcuni, non tutti. Si tratta del fatto che la politica, organizzazione del vivere in molti su un territorio, ormai sull'intero pianeta umano, esige che si realizzi un vivere insieme, un con-vivere, dunque che il vivere di uno non uccida alcun altro, non opprima ne' derubi alcuno. La ragione e' questa: il diritto che ciascuno sente in se' e' da lui stesso negato anche per se', se non lo riconosce nel proprio simile, pur se sconosciuto, pur se avversario. Diseguaglianza e oppressione sono l'abolizione della politica. Non c'e' una politica violenta: se c'e' la violenza e' soppressa la politica (come dimostra Hannah Arendt). Contrariamente al concetto di Carl Schmitt, c'e' politica non dove c'e' l'opposizione totale amico-nemico - sicche' citta', polis, sarebbe il cerchio degli unificati, resi amici (?!), dall'assedio del nemico esterno - ma dove piu' uomini e donne costruiscono una casa comune. Oggi e' il mondo l'unica casa comune, messa in pericolo, che sta o cade tutta insieme. Oggi, se mai c'e' stato, non c'e' piu' un vero interno-esterno: se sei nemico del tuo nemico sei nemico anche del tuo amico, anzi di te stesso. Vale l'immagine dell'unica barca: nemico e' il pericolo, alleati tutti gli imbarcati.
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E' ben vero che nella varieta' sociale ci sono differenze e anche conflitti. La politica e' l'arte della tessitura, non e' la semplificazione gordiana. La trasformazione nonviolenta e costruttiva dei conflitti e' la caratteristica di un'azione politica che difenda e promuova la vita. La politica, di fatto, e' stata ed e' abuso di potere. Ma il potere e' dato per costruire convivenza: e' "potere-di", che dovra' essere di tutti, e non "potere-su", di alcuni su altri. La nonviolenza positiva e attiva realizza la politica, perche' e' la scienza, l'arte, l'esperienza della conduzione vitale, e non mortale, dei conflitti. Questa e' una verita' politica, non metafisica. Infatti, senza questa verita', non c'e' piu' politica (citta' umana, polis), ma selva pre-civile, vita sub-umana, selvatica, tutti nemici di tutti, con una violenza crescente fino al suicidio collettivo. La politica, arte umana nata per organizzare la vita comune, per tutti, costruisce morte universale se non comprende la novita' epocale, che ha mutato le condizioni assolutamente basilari. Il lampo di Hiroshima ha rivelato definitivamente che la violenza interumana (bellica, ma anche economica, sociale, giuridica) ha alzato la sua distruttivita' al punto che non difende piu' assolutamente nessuno e minaccia ugualmente tutti: esattamente tanto chi la usa quanto il "nemico" contro cui e' usata. La "razionalita'" cruenta della guerra e' finita, si e' rovesciata in auto-guerra, auto-distruzione. L'incubo del kamikaze grava su tutto il mondo perche' la guerra e' essa stessa quel kamikaze che dice di combattere, non ne e' l'opposto, ma il gemello, nati insieme dall'ingiustizia, la guerra per difenderla, il kamikaze per aggredirla con altra ingiustizia. La guerra si illude di scacciare la morte abbracciandola e cavalcandola, come fa l'uomo-bomba. La forza di Sansone uccide lui come i filistei. Una enorme pazzia siede oggi sui troni.
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Fino a ieri, la violenza era quantitativamente limitata, e cosi' poteva orrendamente "servire" a tutelare la vita di una parte contro l'altra: "mors tua vita mea", era gia' una negazione morale della vita e dei valori, ma pareva una sua affermazione fisica. La glorificazione del guerriero in nome di valori umani era sostanzialmente falsa, ma sembrava vera e giusta. Oggi, la sorte umana e' diventata unica, indivisibile. Il mondo e' un'unica polis, ed e' costretto, pena la morte generale, ad organizzarsi come unica polis, sebbene articolata in ricche varieta'. Il lampo di Hiroshima ha rivelato (apocalissi significa rivelazione) che la morte inflitta non e' divisibile, non si stacca dalla mano omicida; ha rivelato che uccidere e' uccidersi, non solo moralmente, come e' sempre stato, ma fisicamente, come ora e' possibile, e gia' sta avvenendo. Solo per fortuna, o per divina provvidenza, non e' gia' avvenuto del tutto. Non solo la guerra atomica, ma tutte le precedenti guerre sono rivelate nella loro essenza dalla luce fulminante di Hiroshima. Ieri gli antenati potevano non vedere cio' che noi vediamo, e solo gli illuminati scorgevano e indicavano che l'arma d'un uomo contro un uomo non difende il primo ma uccide entrambi. Oggi non abbiamo scuse ne' attenuanti, se restiamo nella paralisi mentale del pensiero della guerra salvifica. Oggi tolemaici e copernicani si distinguono su questa questione. Mi sembra di sprecare tempo nel richiamare queste cose, che le piu' luminose voci e testimoni della pace hanno detto e vissuto specialmente dal 6 agosto 1945 (la vera data che ha cambiato tutto; l'11 settembre, per chi sa vedere, non ha fatto che confermare). I popoli sanno queste cose, ma confusamente e spesso contraddittoriamente. I decisori politici non dimostrano di averle capite. Non ci sono chiari interlocutori di pace, nella classe politica. Ma non e' tempo sprecato: queste sono verita' da dire e da ripetere per poter pensare l'Europa che nasce, nel suo porsi di fronte a guerra e pace, armi e civilta', violenza e umanita'. Nulla e' piu' importante, nessuna moneta, nessun commercio, nessuna regola.
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Tra verita' e compromesso, si muove la politica. La verita' umana piu' elementare e decisiva non puo' tradursi tutta in decisioni politiche, perche' la societa' e' composita e pluralista, anche divisa e lacerata, e vi allignano anche pensieri ciechi e suicidi, mentre la politica deve gestire queste opposizioni. Percio' la politica e' mediazione. Percio', per affermare la verita' umana, e' necessario cercare consensi con la persuasione, guadagnare la forza del numero e non solo quella della ragione. Eppure, la verita' umana (dignita' inviolabile di ognuno) e la verita' della cose (diffusa violazione di tale dignita') sono piu' importanti del compromesso e della mediazione, non per scavalcarli, ma per valutarli. Un compromesso politico senza sufficiente verita', che rinunci a troppa verita', non e' arte ne' saggezza politica, non organizza ma danneggia la vita dell'umanita'. Gradualita' positiva puo' essere la regola. Il senso piu' usato della parola suona: andare piano, rallentare, o meglio fermarsi. Serve a mantenere lo stato esistente e i suoi ritardi. Il senso umano di gradualita', invece, e' il procedere passo dopo passo (gradus, passo, gradino). Siamo nel tempo e non sopra, camminiamo e non voliamo, non ci e' lecito forzare i processi vitali, che sarebbe stroncarli. Il compromesso accettabile e' nei passi, anche parziali, ma nella direzione della verita' umana, e non nell'appoggio all'impero della diseguaglianza violenta e del dominio.
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Come sta camminando l'Europa? Davanti alla illegalissima guerra preventiva degli Usa all'Iraq, si e' divisa. Meno male! Questa divisione (certo, non tutta soltanto per motivi nobilissimi) fa meno male che non il caso in cui tutta l'Europa fosse stata unita con i governi - non i popoli! - di Gran Bretagna, Spagna e Italia. Quando il compromesso viola l'elementare verita', va rifiutato. Il costo della divisione e' doverosamente preferibile ai vantaggi della complicita'. Poi va cercata di nuovo la collaborazione, ma nella direzione giusta e nel giudizio chiaro. Quando la coscienza di una persona o di un popolo obietta contro una decisione che si pretende "politica", e' questo rifiuto, e non il compromesso, che costituisce un passo avanti nella gradualita' positiva. Rifiutare la violazione di umanita', non e' una negazione, se non in apparenza, ma una affermazione di umanita'; e' un atto politico positivo, perche' non e' fatto per se', ma per tutti. La poderosa obiezione popolare alla guerra Usa-Iraq e all'illegalita' imperiale, in tutto il mondo, e' creazione politica che l'Europa non puo' perdere. E se la perde, noi obiettiamo all'Europa, dentro l'Europa, per l'Europa migliore contro l'Europa di fatto. Quella obiezione popolare e' il ripudio della guerra, che noi vogliamo scritto nella nascente Costituzione europea, perche' sia un vincolo e un dovere, ma soprattutto una via di liberta. Certo, l'art. 11, gloria della Costituzione italiana, e' stato violato anche dai partiti di centro-sinistra, nel 1999, e lo devono confessare pentiti. L'attuale governo lo cancellerebbe volentieri, e l'avrebbe pia' apertamente violato (lo ha fatto alla chetichella), nella brama di servire l'Impero, se il popolo pacifico delle bandiere e delle strade non glielo avesse impedito con la forza nonviolenta della ragione umana.
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Da quella verita' umana e politica, discendono le linee di un cammino giusto, anche se graduale, dell'Europa.
1. La politica estera e commerciale, prima che unitaria e compatta, con la tentazione di un'Europa-potenza, Europa-fortezza, deve essere giusta, planetaria, dettata dall'eguaglianza di diritti e dignita' di tutti popoli e le culture, deve procedere a rinunciare ai propri privilegi offensivi, violenti e causa di violenza (a Cancun l'Europa non si e' disposta a questo), deve privilegiare i popoli sfavoriti pagando il conto delle proprie violenze storiche, non puo' accettare accordi conservatori del privilegio violento. Una tale conversione storica richiede sia urgenza, sia pazienza. Il compromesso giusto sta nei passi parziali, ma ben orientati.
2. Nella politica di pace, la verita' e' nelle istituzioni e nel diritto internazionale di pace, vigente e obbligante, nato nel 1945-'48, momento di rinsavimento seguito al crimine della guerra mondiale: l'Onu rispettata, realizzata, democratizzata con l'abolizione del diritto di veto, difesa contro l'illegalita' imperiale; i diritti umani realizzati tutti per tutti. Il compromesso accettabile e' nei passi, anche parziali, in questa chiara direzione, e dunque nell'affrontamento civile e culturale dell'impero monopolare della diseguaglianza, dell'illegalita' e del dominio.
3. Nella politica di difesa, la verita' e' che la tutela dei giusti diritti, non dei privilegi (la cui difesa e' offesa), puo' e deve ormai avvenire senza la violenza delle armi, ma con la capacita' propria dei popoli, se ne diventano consapevoli, di opporsi, resistere e frustrare coraggiosamente la violenza, interna o esterna, senza riprodurla, ma con la sola superiore forza popolare nonviolenta. Tanti sono i casi storici vedi:
(http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_1616.html) che dimostrano questa capacita', non utopistica ma reale, sebbene improvvisata finora senza quella preparazione, addestramento, organizzazione (prescritta dalla legge italiana 230/1998, disobbedita da tutti i governi), che la potenzierebbe di molto. La verita' e' che gli eserciti - che offendono, affamano, minacciano tutti e non difendono nessuno, ne' alcuna vera ragione e diritto – devono essere semplicemente aboliti. La forza di polizia, interna e internazionale, ha un senso e un'etica opposta all'esercito: deve ridurre la violenza, col minimo uso di forza materiale, e non massimizzarla, come esige ogni guerra.
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Cominci in questa competizione di civilta' il paese piu' saggio, con l'abolire il proprio esercito, anticipando gli altri invece di attenderli, e cosi' riducendo il pericolo generale. Questa e' la verita' umana, storica, per rendere possibile il futuro della specie umana. E' necessaria la difesa non solo dall'uso ma dall'esistenza stessa degli eserciti, ormai privi di ogni onore, posti ormai come mine anti-umanita' sul nostro comune cammino, dato che la guerra degli eserciti e' piu' che mai contro i civili. Ma questa convinzione e' di pochi, anche tra i democratici, che ammettono ancora l'esercito omicida come strumento possibile della politica, quasi che la liberta' democratica assolvesse il delitto. Ed anche nella sinistra, e' convinzione di pochi. La sinistra troppo poco ha riflettuto e analizzato la violenza, e troppo ha ceduto, nella sua storia, verso l'illusione tragica e stolta della violenza risolutiva. Il movimento operaio ha respinto la suggestione violenta ed ha lottato con mezzi nonviolenti, come lo sciopero, potenza umana della volonta' e dell'unita' resistenti, opposta alla prepotenza economica. Ma la politica di sinistra si e' emancipata troppo lentamente dal mito della rivoluzione violenta, dopo avervi troppo creduto, e forse e' uscita dall'illusione del socialismo imposto, piu' a causa del suo fallimento economico che a causa della sua violenza disonorevole e ingiusta. Per non dire della destra. Nella destra la violenza e' coerenza con la volonta' di conservazione dell'esistente ingiusto, mentre nella sinistra la violenza e' contraddizione con la volonta' di giustizia. Con la violenza la destra si consolida, la sinistra si autodistrugge. La violenza della sinistra gioca a favore della destra. E' una dura lezione della storia.
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Se la convinzione del superamento storico della difesa militare e' minoritaria, se non ha consenso democratico sufficiente, il compromesso giusto, graduale, accettabile, e' nel transarmo. Fino dagli anni '80, si diceva con questo termine la transizione da una difesa offensiva (come e' in generale l'apparato militare attuale) ad una difesa strutturalmente ed esclusivamente difensiva. Ricordo dei pacifisti tedeschi, nei convegni fiorentini promossi da Balducci, che chiedevano una necessaria "incapacita' strutturale di aggressione". Allora, un esercito europeo puramente e strutturalmente difensivo - cioe' con armi a portata limitata al nostro territorio, a differenza dei programmi e degli apparati Nato attuali - e' un compromesso possibile, uno stato transitorio (transarmo) verso il disarmo. Un esercito europeo cosi' orientato sarebbe, secondo alcuni esperti, assai meno costoso e meno dannoso dei tanti eserciti nazionali attuali. Non e' accettabile e va disobbedita e boicottata una "difesa" europea capace di aggredire, di colpire lontano, di avere armi nucleari, di competere in potenza militare con gli Usa o con altri. Quell'esercito difensivo e storicamente transitorio, giustificato dall'art. 51 della carta dell'Onu, per guadagnare legittimita' dovra' mettersi agli ordini dell'Onu, riconosciuta come unica legittima autorita' mondiale, responsabile della difesa globale e non parziale. Questa e' la giusta competizione con la potenza imperiale che disprezza la legge e l'istituzione planetaria di pace.
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Non basta. L'Europa, per essere positivamente pacifica, dovra' finalmente realizzare i Corpi civili di pace (proposta di Alex Langer nel Parlamento Europeo, ancora giacente nei cassetti), come istituzione della comunita' politica e non solo iniziativa di volontari coraggiosi pionieri, come sono oggi. Un'altra proposta politica, saggia e graduale, che dovrebbe venire dalla sinistra se avesse un solido pensiero di pace, e' il dirottamento del 5% annuo dalle spese militari al finanziamento dei Corpi civili di pace. Quale lista o candidato alle elezioni europee vorra' qualificarsi cosi', per meritare il voto di chi vuole una concreta politica di pace? Oggi le spese per i mezzi pacifici si aggirano tra il millesimo e il decimillesimo delle spese per i mezzi militari. Non e' vero che, nella distretta, si puo' solo fare la guerra: se compro solo patate, quando mi verra' fame non potro' mangiare pomodori. Il problema della difesa e' culturale, anzi e' una questione di salute mentale e di sopravvivenza fisica: quale modello di difesa? quale difesa difende davvero? difendere che cosa? da che cosa? difendere come? Chi difende chi? La ricerca e' aperta, ma non e' affatto al punto zero. Chiarissimo e' il punto di partenza: l'abbandono della guerra. "E' insensato (alienum a ratione, cioe' pazzesco) pensare che nell'era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia" (Giovanni XXIII, Pacem in terris, n. 43, 11 aprile 1963).

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