EUROPA NONVIOLENTA E LIBERALSOCIALISTA
di Lanfranco Mencaroni

Andrew Moravcsik, direttore dei programma Unione Europea all'Universita' di Harvard, ha espresso, in un articolo sulla "Stampa" del 3 maggio 2003, la sua opinione contraria alla costituzione di una forza militare europea e favorevole all'importante presenza che l'Europa ha gia' conquistato nel campo civile, dell'assistenza allo sviluppo e delle operazioni di peace-keeping.
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La espone con argomentazioni concrete e in buona parte condivisibili, come: "Una forza militare coordinata, capace di combattere una guerra ad alta tecnologia e bassa mortalita', richiederebbe dagli europei un aumento della spesa militare - attualmente intorno al 2 per cento del prodotto interno lordo - fino a oltre la percentuale Usa del 4 per cento. Nessuna opinione pubblica europea accetterebbe una scelta del genere... Una forza europea di reazione rapida potrebbe essere utile per operazioni di peace-keeping ma non sarebbe mai in grado di rovesciare un deciso unilateralismo americano. C'e' poi anche un problema di coerenza: Questo modo di vedere le cose distrae l'Europa dal suo autentico vantaggio nella politica mondiale: un potere civile e semi-militare. L'Europa e' la 'superpotenza tranquilla'. Sono almeno cinque i modi in cui l'Europa puo' influenzare la pace e la guerra tanto quanto gli Stati Uniti. Primo: l'accesso all'Unione europea - forse il singolo strumento politico piu' potente per decidere la pace e la sicurezza nel mondo l'oggi. Secondo: gli europei forniscono piu' del 70 per cento di tutta l'assistenza allo sviluppo. E quattro volte piu' di quanto diano gli Stati Uniti ed e' molto piu' equamente erogata, spesso da organizzazioni multilaterali. Terzo: le truppe europee, in genere sotto auspici multilaterali, aiutano a mantenere la pace nei piu' disparati punti caldi, come il Guatemala o l'Eritrea. I membri dell'Unuone Europea o gli aspiranti tali contribuiscono alle truppe di pace dieci volte piu' degli Stati Uniti. Quarto: il controllo da parte di istituzioni internazionali, appoggiate dall'Europa, costruisce la fiducia globale che serve per gestire le crisi. La crisi irachena si sarebbe svolta in modo assai diverso se gli europei avessero potuto offrire l'opzione di mandare in Iraq, ad esempio, dieci volte piu' ispettori dieci mesi prima. Gli americani non solo non hanno la volonta' ma sono anche incapaci per complesse ragioni interne, culturali e istituzionali di dispiegare davvero una forza civile. Questa e' l'autentica debolezza dell'attuale strategia Usa, perche' senza commercio, aiuti, peacekeeping, controlli e legittimita', nessun esercito unilaterale puo' stabilizzare un mondo turbolento... L'Europa farebbe meglio a investire il suo capitale politico o economico in azioni apertamente complementari: il potere civile europeo, se dispiegato in modo piu' coerente, potrebbe essere lo strumento efficace e credibile di una moderna arte di governo europea, che magari otterrebbe una maggiore comprensione americana. L'Europa potrebbe riuscire a farsi sentire piu' spesso e senza bisogno di un esercito piu' grande".
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Naturalmente non siamo d'accordo sulla rassegnata accettazione del dominio militare americano ne' sulla impossibilita' di contrastarlo con le tecniche della nonviolenza, anche se Moravcsik stesso suggerisce che un'Europa unita e compatta nelle iniziative umanitarie avrebbe un notevole influenza politica sullo scacchiere mondiale. Moravcsik non e', che si sappia, un amico della nonviolenza, ma le sue proposte sono tutte basate sulle tecniche della nonviolenza che ormai girano per il mondo. Anche l'uso delle forze militari per compiti di peace-keeping e' accettato da molti nonviolenti purche' sia alle dipendenze di organismi internazionali, come l'Onu. Anzi, uno degli obiettivi dei nonviolenti e' quello di lavorare alla sostituzione dell'imperialismo americano unilaterale con il famoso corpo di polizia internazionale previsto dallo Statuto dell'Onu, e un'Europa nonviolenta sarebbe un mezzo per raggiungere questo scopo. Non lo pretendiamo da Berlusconi, Bossi e La Russa, ma continuiamo a credere che la scelta della nonviolenza liberalsocialista darebbe alla sinistra le energie necessarie per contribuire al cambiamento.

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