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L'EUROPA E LA PACE
di Gualtiero Via
Approfitto volentieri dell'invito a intervenire sulla proposta di Europa militarmente neutrale avanzata dalla Convenzione permanente di donne contro le guerre. Ritengo si tratti di una proposta alta, chiara e forte. Mi voglio prendere il piccolo lusso - se mi e' concesso - di utilizzare questa circostanza per parlare schiettamente e direttamente di politica. Credo che sia tempo di farlo, infatti. Troppe cose sono mutate in poco tempo, e molto piu' grandi di noi. Dobbiamo parlarne, anche se questo puo' comportare il rischio di scoprire che parliamo - alcuni - lingue diverse.
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Il nostro movimento
Il nostro movimento e' stato fino ad ora, nelle sue manifestazioni piu' visibili e di massa, in buona parte oppositivo. Era, in certa misura almeno, inevitabile. Di fronte a rischi incombenti ed evidenti - una nuova guerra minacciata dalla massima potenza mondiale - la risposta oppositiva ha avuto dei pregi. Per esempio, ha consentito di raccogliere tutto il consenso possibile sul punto considerato principale, lasciando sullo sfondo altre differenze. E' indubbio che questa opzione ha avuto il suo peso nella estensione di massa del movimento contro l'aggressione all'Iraq. E io ritengo che quella estensione di massa sia stata una cosa buona. Tuttavia, si deve subito riconoscere che se esiste solo la dimensione
oppositiva e monotematica (o se altri apporti restano insufficienti e marginali), e' fatale che restino insoddisfatte altre condizioni. Su questo il recente intervento di Nanni Salio solleva, con la precisione per cui lo apprezziamo in tanti, alcuni dei problemi piu' gravi. Sono i problemi dal piu' al meno - di ciascuna delle nostre reti, e alla cui soluzione ciascuno di noi dovrebbe sentirsi in dovere di portare qualcosa. Ma non e' di quei problemi, non in modo diretto ed esteso, che voglio ragionare ora.
L'Europa e' il campo di una accelerazione politica ed istituzionale molto forte. Siamo nella stretta politica a cui hanno portato una lunga serie di atti (o di omissioni, secondo i punti di vista), una stretta che viene assai drammatizzata dalla pressione che gli Usa stanno esercitando sull'intera situazione mondiale, con la loro politica di guerra, unilateralista e aggressiva come mai prima d'ora. Parlare di Europa d'ora in poi dovra' significare anche parlare di questa realta' di guerra in atto, o comunque di questioni che vanno viste anche attraverso questa realta'.
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Guardare all'Europa, come?
Il nostro movimento e' nato e vive con un'idea della democrazia e della partecipazione molto sostanziale e pratica, e poco formale. Sappiamo tutti molto bene, per esperienza diretta ed annosa, che anche in democrazia e nel rispetto formale delle leggi, il potere di conoscenza ed intervento dei cittadini puo' essere totalmente aggirato da oligarchie economiche, finanziarie, politiche o mediatiche (e puo' essere addormentato da opposizioni inefficaci o complici). Dobbiamo guardare con questa consapevolezza, con questa esperienza e con questo disincanto anche ai fatti, alle decisioni, ai processi, ai meccanismi decisionali dell'Europa. Istituzioni come il Wto o la Banca Mondiale, nel giro di relativamente pochi anni, sono stati costretti a riconoscere nell'azione di monitoraggio di organizzazioni non governative (ong) indipendenti e nella "opinione pubblica" informata, delle domande che non si potevano piu' sempre e solo ignorare. Mi riferisco a quella parte di movimento che fa il lavoro, poco noto ai piu' ma preziosissimo, di "lobbing".
Ora, disponiamo dei verbali (vedi sito www.crbm.it) di diversi incontri fra i responsabili delle relazioni esterne della Banca Mondiale, per esempio, e le ong che ne stanno monitorando l'azione. Qualcuno sa per caso di qualcosa di analogo in cui siano i portavoce di Pascal Lamy o di Romano Prodi a dover dare risposte?
Certo, ci sono ragioni obiettive per cui Wto e Banca Mondiale hanno catalizzato maggiore attenzione delle istituzioni comunitarie. Ma non dovremmo guardare al processo di unificazione europea con lo stesso occhio esigente, critico e competente con cui abbiamo guardato e guardiamo alle altre istituzioni sovranazionali? Forse le infinite, minuziose e spesso incomprensibili direttive comunitarie sulle piu' varie materie, sono piu'trasparenti e condivise di tante norme del Wto? Forse che la politica agricola comunitaria danneggia meno gli agricoltori dei paesi poveri del mondo, rispetto alle politiche attuate dal Fondo Monetario Internazionale o dal Gats?
Scrivo queste cose a poche ore dal fallimento dell'ultimo vertice europeo. Credo che il fallimento sia l'epilogo inevitabile del tipo di Europa disanimata e astratta - ma burocratica e costosa - che da anni e anni stanno costruendo. Le cose non chiare, non condivise - e mai discusse, del resto - del processo di unione europea, erano e sono molte. Quando venne approvato il Trattato di Maastricht, nel '97, Ida Magli vi dedico' un libro (Contro l'Europa, Bompiani, Milano 1997), che la politica italiana si guardo' bene dal discutere (e fece molto male). L'Unione non ci ha - fino ad ora - causato problemi gravi o traumi, o non percepibili (non percepiti) almeno, e quindi non si sono viste fino ad ora grandi opposizioni. Ma chi si
arrischierebbe ancora a dire che in Italia e in Europa c'e' vero consenso? Il consenso si dovrebbe basare sulla corretta e completa informazione.
Quale informazione c'e' stata e c'e' sull'unificazione europea? Gran parte delle forze politiche europee, di centrodestra come di centrosinistra, hanno investito sull'Unione europea in modo assoluto ed aprioristico. Ci hanno presentato l'Unione non come una scelta possibile fra altre, magari preferibile ad altre, ma come una scelta senza alternative.
Ebbene, se quella scelta salta, cosa ci racconteranno? Chi potra' avvantaggiarsene? Chi potra' continuare a contare su una visione coerente? Per l'Italia (almeno: per quella politica e partitica), la risposta, temo, e' facile facile: la destra. Ma con l'Unione fallita, o in via di
fallimento, su cosa si baserebbe (e attorno a chi si identificherebbe) l'unita' del centrosinistra? Per molti (i ciechi e i sordi) queste domande, questi problemi aperti, devono continuare ad essere ignorati. Non deve essere cosi' anche per noi, non certo per il movimento contro le guerre, che non puo' e non deve legare le sue sorti a una parte dello schieramento politico italiano, se non vuole scomparire assai presto o diventare residuale e ininfluente.
La proposta di "Europa neutrale" afferma uno sguardo libero ed un'intelligenza pienamente autonoma sull'Europa e sul presente. Autonoma: perche' assume un'agenda propria, e non segue quelle altrui. E fa tutto questo con il linguaggio e gli strumenti del realismo politico (che non voglio qui contrapporre, sia chiaro, all'immaginazione e alla creativita': abbiamo bisogno dell'uno e dell'altra).
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La proposta
La proposta di Europa militarmente neutrale si confronta col terreno istituzionale e giuridico, al livello internazionale. Questo a taluni e' sembrato un limite, un difetto, ma credo che si sia mal compreso l'obiettivo della proposta. La proposta - se non sono io a sbagliare - non vuole essere una sorta di carta etica o di manifesto del movimento per il disarmo. Se cosi' fosse, e' vero che l'aggettivo "neutrale" sarebbe fonte di problemi. "Neutrale" ha qui una precisa accezione giuridica, istituzionale: e se vogliamo mettere "fuori la guerra dalla storia", e' un passaggio necessario. Se ci rivolgiamo a forme definite, quali sono gli stati, dobbiamo sapere che il loro status giuridico - qui ed ora - puo' variare in un numero limitato di possibilita'. E' come se parlassimo di creare un'impresa economica: se io dico "costituiamo una s.p.a.", e un altro dice "costituiamo una cooperativa", parliamo entrambi di opzioni reali, esistenti, e di cui possiamo confrontare i pro e contro. Se uno dice "la voglio libera, senza bilanci, senza padroni ne' dipendenti", non dice una cosa giusta o sbagliata, parla d'altro, semplicemente. Ora, la domanda e': vogliamo noi fare proposte che sappiano e possano parlare anche alle istituzioni e agli stati? Secondo me dobbiamo farlo. Lo status giuridico di neutralita', non va allora confrontato con la nostra idea di etica, o di nonviolenza, va confrontato con gli altri status
giuridici possibili: per esempio con l'essere parte (o a capo) di alleanze. Ed eccoci allora al tema. Voglio fare osservare che proprio le alleanze sono piu' frequentemente giustificate con fattori politici (o ideologici o economici), e la politica puo' cambiare con molta facilita', avvolta com'e' di norma in fraseologie altamente retoriche e autoindulgenti. La neutralita'
e' giuridicamente piu' facilmente definibile, e dunque e' anche "costituzionalizzabile", puo' essere inserita come interna e fondante di un assetto costituzionale: e non dovrebbe essere anche questo un nostro obiettivo comune? Ma anche ove non si sia arrivati a questo, sara' molto piu' facile, per una classe dirigente, giustificare il passaggio da un'alleanza ad un'altra (lo vediamo con l'Europa dell'Est e le repubbliche ex sovietiche d'Asia), che non il passaggio dalla neutralita' all'ingresso in un'alleanza (cosa che infatti nessun politico, nemmeno conservatore, si sogna di proporre, nei paesi neutrali come Svezia, Svizzera, Austria o Finlandia). Inoltre, nell'esperienza nota le alleanze sono con regolarita' addirittura monotona il luogo di dinamiche emulativo-concorrenziali, aggressive, in tema di armamenti, di uso dei servizi segreti, e di modelli di difesa. Pare poco? Questo non e' vero (direi che non lo e' mai stato, per tutto il Novecento) o lo e' in misura estremamente piu' ridotta per i paesi neutrali, Svezia, Svizzera, Austria, Finlandia. Nessuno di questi paesi adotta modelli di difesa marcatamente offensivi, come invece quelli che sono stati propri della Nato (e dell'Urss, finche' e' esistita).
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Visioni di futuro
La prima volta che ho sentito l'abbozzo di questa idea e' stato giusto un anno fa, il 10 dicembre a Bologna. Lidia Menapace proponeva il modo in cui dobbiamo approcciare la parola d'ordine "fuori la guerra dalla storia". Per secoli, diceva, si e' creduto che una serie di sciagure fossero maledizioni divine: fra queste le pestilenze, le carestie e le guerre. Con le pestilenze, il mondo c'e' arrivato a vedere che non erano maledizioni divine, ma mali terreni curabili: non tutti, ma molti popoli ne sono liberi. Con le carestie ci si sta lottando, ma e' chiaro anche li' che c'entrano piu' le azioni dell'uomo che le maledizioni divine, Resta la guerra. Non e' tempo che ce ne occupiamo con lo stesso spirito positivo e pratico con cui si e' fatto e si fa con le altre sciagure? Dobbiamo aspettare forse qualcosa o qualcuno che ci dia il permesso? Certo che no, dobbiamo cominciare. Sappiamo che la pace si promuove in molti modi. Si promuove con la forza dell'esempio e l'azione diretta nonviolenta. Si promuove esigendo dal proprio stato politiche di pace e giustizia. E si promuove anche cominciando a concepire il mondo in cui la guerra sara' fuori dalla storia.
Il mondo di dopodomani, se sara', sara' senza stati, sara' abitato da persone piu' libere di noi, che si' e no immaginiamo. Ma il mondo di domani, se sara', sara' con stati (o "sovra-stati"), simili piu' o meno ai nostri, ma stati neutrali.
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