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PER UNA POLITICA DI DISARMO IN EUROPA
di Nella Ginatempo
Il vertice Nato di Praga ha sancito il sostegno politico e all'occorrenza militare dei paesi Nato alla guerra di Bush, di cui l'Iraq costituisce la tappa cruciale. Infatti la guerra preparata contro l'Iraq e teorizzata nella aberrante teoria della guerra preventiva non solo costituisce l'ultima gigantesca infamia ma anche il pericolosissimo varco di una soglia per tutta l'umanita'. A differenza del passato, il nuovo volto della guerra non cerca piu' di nascondere i propri orrori con la giustificazione di rispondere ad un nemico reale, ma si autoimpone al mondo come licenza pubblica di uccidere senza un nemico ovvero contro una minaccia potenziale o virtuale, del tutto costruita). Si tratta dunque di una strage degli innocenti gia' annunciata che si svela finalmente senza piu' maschere nella sua vera veste di terrorismo di Stato. Per questo l'opposizione della coscienza collettiva contro questa guerra in Iraq e' dilagata sia in Europa che negli Usa, contaminando anche i settori sociali che in precedenza avevano approvato la "guerra umanitaria" e la "guerra al terrorismo". L'opposizione di massa a questa guerra in Iraq puo' dunque diventare nell'attuale fase, non solo il tentativo di salvare migliaia di civili in Iraq, condizionando i governi e le scelte internazionali, ma anche l'inizio di una opposizione permanente alla guerra per una nuova politica di disarmo. La nostra prospettiva internazionalista richiede oggi un salto di qualita' nel conflitto sociale internazionale per fare della pace e del diritto alla pace per i popoli la leva del nuovo mondo da costruire. Non bastano oggi, di fronte all'offensiva della guerra infinita, le battaglie di testimonianza o di opinione pubblica: il popolo afghano e' stato devastato, il popolo palestinese e' in agonia, altri popoli, a partire dal gia' martoriato popolo dell'Iraq, verranno colpiti per difendere gli interessi economici e geopolitici del nuovo "Impero". Non basta che obiettiamo e diciamo "non in nostro nome, non col nostro denaro". E' drammaticamente urgente un grande processo di unificazione del movimento dei movimenti e di conflitto coi nostri governi di guerra per ottenere il disarmo e lo stop alla funesta "Liberta' duratura" di uccidere.
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Riarmo o disarmo in Europa?
Un memorabile discorso di Rosa Luxemburg al Parlamento tedesco contro il riarmo e per la riconversione delle spese militari in spese sociali ci indica ancora oggi una strada. Siamo di nuovo, in circostanze del tutto cambiate, su un crinale della storia d'Europa: siamo chiamati a scegliere come edificare la nuova Europa: della guerra o della pace.
Il riarmo in Europa ha significato:
- nuovo modello di difesa europeo con la generalizzazione in tutte le nazioni, compresa l'Italia, dell'esercito professionale;
- acquisto di nuovi armamenti;
- incremento della militarizzazione dei territori con la Nato europea e liberalizzazione del commercio delle armi (attacco alle leggi vincolistiche come la 185 in Italia). Questa politica estera porta inevitabilmente all'aumento generalizzato delle spese militari (in Italia + 10% negli ultimi anni, fino a oltre 500 milioni di euro per il 2003) con grande sacrificio di risorse che vengono cosi' sottratte alle spese sociali; contribuendo in tal modo al peggioramento delle condizioni di vita collettive. Il volto oscuro di un'Europa sempre piu' militarizzata, xenofoba e chiusa ai flussi di migranti ed ai diritti sociali, si afferma nei fatti, nella Costituzione materiale, mentre si e' adottata una Carta dei diritti dell'Unione europea in cui si ignora la questione della guerra e si misconosce il diritto alla pace. Il Nuovo concetto strategico della Nato, varato a Washington il 24 aprile del 1999, e' stato.definitivamente sancito nell'ultimo vertice di Praga: ribadendo il nuovo ruolo degli interventi militari oltreconfine per motivi di sicurezza ( e non piu' per semplice difesa dei territori interni ai confini degli Stati partecipanti alla Nato): a questo punto, quindi, l'Italia aderisce non piu' ad un patto atlantico di difesa, ma ad un patto di aggressione militare verso gli altri popoli della terra. E questo riguarda tutta l'Europa e tutti i paesi aderenti alla Nato. Significa anche che l'Italia, aderendo a questa opzione bellica ed a queste scelte materiali, economiche e geopolitiche, rompe il proprio patto di cittadinanza tra popolo e Stato. Infatti il vincolo della nostra Costituzione stabilisce il divieto assoluto di muovere guerra ad altri Stati, e il divieto assoluto di usare la guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Le forze politiche in campo europeo (salvo rare eccezioni) presentano due modelli alle scelte dei popoli: secondo loro si tratta di scegliere se avere un ruolo complice come alleati supini alle scelte Usa, che sostengano tutte le conseguenze distruttive della guerra permanente globale, oppure perseguire (come indica una certa linea europeista di "centrosinistra") una politica di riarmo europeo per dare all'Europa un ruolo di potenza militare, oltre che economica, che fronteggi gli Usa nella competizione globale (ed all'occorrenza ne freni gli eccessi di onnipotenza) ma partecipi tuttavia con un suo ruolo alla gestione armata del nuovo ordine mondiale ed alla spartizione del bottino (risorse energetiche, mercati). Anche le posizioni di aperta critica della politica militare Usa che stanno emergendo attualmente in seno all'Unione europea e presso la Francia e la Germania (sulla Palestina, sull'Iraq e col dissenso sull'"asse del male" di Bush e sull'allargamento della guerra ad altri Stati) non sfociano poi in nessuna proposta chiara di disarmo e pacificazione poiche' nessun governo europeo rinuncia all'opzione militare (a favore delle vie diplomatiche e della pratiche di vera cooperazione), anche in funzione di interessi economici che guidano la ricolonizzazione in Africa, i corridoi energetici nei Balcani ed in Asia, il sostegno al commercio delle armi, alla finanza armata ed a tutta l'economia di guerra.
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Dalla guerra militare economica e sociale al disarmo militare economico e sociale L'anno scorso manifestavamo a Roma il 10 novembre contro la guerra in Afghanistan con un grande striscione che diceva "No alla guerra militare economica e sociale". Cio' perche' e' consapevolezza comune che la guerra sia un sistema: i bombardamenti sono il volto militare della ingiustizia globale. Ma oggi si tratta di passare dalla protesta al progetto per una nuova Europa: l'Europa del disarmo. E per disarmo dovremmo intendere specularmente il disarmo militare, economico e sociale.
militare corrisponde ad una fuoruscita dell'Europa dalla guerra militare:
- a livello istituzionale e giuridico assumendo nella nuova Costituzione Europea il ripudio della guerra e il diritto alla pace per tutti i popoli del mondo;
- a livello di scelte di riarmo, praticando la contestazione del nuovo modello di difesa armato che si fonda sulla commistione indebita tra difesa e guerra, e realizzando la Difesa popolare nonviolenta e i Corpi civili di pace;
- chiedendo la chiusura delle basi militari, denunciando la nuova Nato e i trattati o i nuovi patti che impongano guerre di aggressione contro gli altri popoli e rifiutando lo scudo spaziale e i programmi di riarmo nucleare. Per disarmo sociale intendo soprattutto il rilancio dello Stato sociale in sostituzione dello Stato militarista, attraverso una vasta campagna contro l'aumento delle spese militari per riconvertirle in spese sociali, per la redistribuzione dei redditi sociali e per la protezione civile dei territori, quanto mai urgente oggi in tutta Europa. Con disarmo economico si indica soprattutto:
- il passaggio dalla finanza armata alla finanza etica attraverso una campagna di boicottaggio delle banche armate;
- il passaggio dalla economia di guerra alla economia di pace attraverso la riconversione ad usi civili dell'industria bellica, con il necessario coinvolgimento dei sindacati, ed una campagna contro la produzione e il commercio degli armamenti. Questa Europa del disarmo comincia dall'opposizione qui e ora alla guerra preventiva in Iraq con la mobilitazione globale di tutta la societa' civile.
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