RIFLESSIONE
di Tonino Drago

Ringrazio di cuore Lidia Menapace, che ha saputo porre un tema politico importante, che puo' incidere sulla vita politica attuale, nel mentre i movimenti nonviolenti italiani non riescono a impostare una tematica politica all'altezza dei tempi (anche se al tempo delle elezioni qualcuno lancia appelli per votare qualche partito). La proposta di Lidia si colloca nel quadro politico giusto, quello europeo. Ormai le strettoie istituzionali della politica sono la', tra euro e politica produttiva e politica militare. Su quest'ultima l'Europa sta vivendo un tradimento della sua stessa storia, quella del 1989; anno in cui i popoli europei piu' oppressi si sono ribellati nonviolentemente; senza fare carneficine dei vecchi governanti e neanche dei vecchi nemici, hanno saputo introdurci in un nuovo ordine mondiale. Questo sconvolgimento nonviolento della storia mondiale non ha ricevuto l'attenzione che meritava da parte dei partiti della sinistra, che infatti ancora ripetono la frase trasognata: "La caduta del muro di Berlino". Eppure la gente aveva pensato ingenuamente che essi fossero sensibili alla novita' e li ha mandati al governo in quasi tutta Europa. Al contrario, questi partiti hanno voluto (Telekom e Nato) la guerra nel Kossovo, proprio laddove c'era stata una lotta nonviolenta per dieci anni. E nel bel mezzo di questa guerra, senza discussioni parlamentari, hanno trasformato l'Europa in una roccaforte del potere mondiale, la quale puo' muoversi contro qualsiasi popolo: da patto solo difensivo la Nato e' diventato patto offensivo dotato di strategia nucleare, da usare anche come primo colpo verso qualsiasi nazione, anche non nucleare. In piu' per fronteggiare la superpotenza Usa, essi (e anche i partiti che non sono al governo, vedi Rifondazione) non vedono altra politica che ricreare un bipolarismo con gli Usa, invece di inaugurare una politica di difesa alternativa e aprirsi alla collaborazione con i popoli del mondo, facendo crollare le barriere economiche. La vicenda dell'ex ministro degli esteri, Ruggiero, e' significativa. Era sostenuto anche dalla sinistra perche' voleva una alternativa europea nell'industria aereonautica (Airbus), il settore industriale che piu' di altri prepara ad una alternativa militare europea. Berlusconi invece l'ha silurato, perche' dal tempo del G8 di Genova ha deciso di accodarsi alla superpotenza Usa. Su questo punto cruciale della nostra politica europea e quindi anche mondiale, non c'e' un partito che lavori contro il bipolarismo, ne' i Verdi, ne' Rifondazione. Subiamo la sconfitta politica e culturale di tutta la sinistra che ha avuto un tracollo di valori. D'altronde, un partito che facesse una politica coraggiosa, a quali basse percentuali si ridurrebbe nelle prossime elezioni? Allora qui c'e' spazio solo per dei movimenti; deve essere un movimento a lanciare una nuova politica della difesa. Tra i vari movimenti, i primi a lavorare in questa direzione dovrebbero essere quelli nonviolenti, perche' essi vogliono ricominciare daccapo la politica difensiva. Ma non nascondiamocelo, qui c'e' una divisione profonda tra gli stessi nonviolenti storici, se si debba fare lavoro prima nei movimenti, e non in supporto ai partiti esistenti; la scelta del movimentismo non e' indolore. Ma continuiamo a ragionare per quelli che ci credono.
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Lidia ha saputo interpretare al meglio la situazione politica ed ha chiarito il quadro politico. Ma, a mio parere, la sua proposta ha solo approssimato l'obiettivo. Mi spiego. Non e' piu' il tempo di alzare le bandiere che caratterizzano solo noi e poi sfidare la storia, perche' siamo convinti che ci dara' ragione (cosi' come faceva l'obiettore isolato che veniva condannato da un tribunale, e cosi' come abbiamo fatto sotto il pericolo della guerra nucleare). Invece oggi e' il tempo di trovare dei percorsi di crescita sui quali si possa costruire collettivamente una nuova realta'. Percio' si tratta di stabilire degli obiettivi comprensibili da tutti e praticabili nell'arena politica secondo una progressione. Allora quali obiettivi europei e poi come realizzare una proposta di levatura europea? Cominciamo dalla seconda domanda. Prima di pensare di lavorare con coalizioni europee (tutte da costruire, dopo la sconfitta dei partiti verdi), cominciamo a partire da casa nostra, in Italia, per poi promuoverli o ricongiungerli a quelli di altri in Europa. Quali obiettivi italiani sul tema della difesa possiamo proporre a livello europeo? Molti. Ma per una prima proposta consideriamo che essi si distriibuiscono tra due polarita', quella negativa e quella positiva. Quella negativa, contro l'attuale politica di corsa agli armamenti. Per questo obiettivo dobbiamo contrastare non tanto il commercio delle armi, nella speranza che i parlamentari nostri amici strappino un emendamento che pone qualche vincolo formale ad un fenomeno su cui non abbiamo nessun controllo. Possiamo mai proporre di fare il commercio delle armi in maniera pulita? Qui l'obiettivo ristretto ci ha condannato alla sconfitta in partenza. Purtroppo tante forze movimentiste sono state coalizzate e spinte su questo obiettivo transeunte e senza quadro politico generale. Si tratta invece di andare contro la corsa agli armanenti; cioe' cercare tutte le occasioni per avere la testa della protesta pubblica contro questo arroccarsi dell'Europa in difesa dei privilegi acquisiti e di quelli progettabili per il futuro. In particolare, lotta contro la finanziaria per la parte delle spese militari; ma non genericamente, alla ricerca di un legame parlamentare che ci dia la soddisfazione di una caramella della riduzione di qualche miliardino su voci generiche; ma qualificandola come lotta contro le spese per tutte le armi offensive: portaerei, cacciabombardieri Efa, ecc. Ce la facciamo in occasione della finanziaria prossima ad organizzare almeno una dimostrazione nazionale su questo obiettivo della difesa solo difensiva, mostrando i conti di quante risorse essa ci farebbe guadagnare, oggi stesso? Riusciremo a convincere la sinistra (i sindacati in particolare) che non bisogna protestare genericamente contro la guerra, ma contro l'aggressione militare e gli strumenti che servono a cio'? Queste solo le sfide politiche iniziali. In una prospettiva di transarmo, esse precedono la realizzazione di una difesa nonviolenta europea. Inoltre la polarita' positiva di costruire un'alternativa alla difesa attuale, in quello spazio che anche la democrazia solo formale lascia alle minoranze. Lo si puo' fare dall'alto delle istituzioni e dal basso. Dal basso. All'interno dell'Italia, sulla difesa sociale c'e' un vuoto politico pauroso, realizzato da Libera, associazione non nonviolenta, di quel volontariato che vuole essere amico della polizia, piu' che della legalita', e quindi piu' che della nonviolenza. Ma questo punto richiederebbe un discorso a parte. Invece a livello internazionale c'e' una serie di iniziative, che nel nostro provincialismo linguistico e culturale, ci fa onore: l'interposizione nonviolenta finora realizzata in Jugoslavia, in Palestina ed in Iraq e' a buon livello, rispetto a quello internazionale. Come dice giustamente Tartarini, ci sarebbe da lavorare per un maggiore coordinamento politico (e formativo, non tanto organizzativo).
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Ma qui nasce il problema dell'incontro con la politica istituzionale. Alcuni nonviolenti non fanno che parlare di corpi europei di pace. Eppure da anni questo obiettivo politico si e' dimostrato spropositato rispetto alla nostra gamba; perche', come si diceva, l'Europa sta facendo una politica esattamente contraria; ne' vuole concedere qualche smagliatura ai partiti minoritari, perche' Verdi o sinistra su questi temi non si battono fortemente (essendo i poteri militari troppo forti per loro); e perche' nel Parlamento europeo i deputati di alcune nazioni (Grecia, ad esempio) si compattano nel contrastare ogni forma alternativa di difesa. Ne' c'e' un movimento unitario europeo su questo punto. Ne' c'e' una proposta chiara, perche' finora non c'e' stato ne' un servizio civile europeo unitario, nde un progetto politico preciso (fare anche in Europa i Peace Corps americani, che si dice che siano collegati alla Cia? O semplicemente una politica giovanile di pace irenica? E comunque che controllo avremmo sulla sua gestione?). Da anni si sono indirizzate una gran quantita' di speranze e di energie su questo obiettivo politico improbabile; mentre invece non si fa attenzione (incoscienza? o giochi di parrocchia? o incapacita' a fare movimento politico dal basso?) ai passi enormi compiuti dalla azione di alcuni enti di servizio civile per una nuova legislazione italiana per una difesa alternativa. Oggi in Italia abbiamo ottenuto delle strutture giuridiche, leggi approvate e che si stanno applicando, non discorsi politici, o accordi di qualche gruppo, o progetti di leggi future. Le sentenze della Corte Costituzionale sulla equivalenza dell'esercito non armato con quello armato sono le prime in Europa. Le leggi conseguenti, approvate dal Parlamento, non hanno eguali in tutta Europa: le leggi 230/1998 e 64/2001 istituiscono una difesa nonarmata e nonviolenta. La quale nella pratica non inizia perche' c'e' una disattenzione totale da parte dei partiti (e fin qui non ci si meraviglia tanto), ma anche da parte dei movimenti nonviolenti italiani, vecchi e nuovi; e addirittura anche da quegli enti di servizio civile, che pure, senza molto aiuto da parte dei movimenti nonviolenti, avevavano combattuto bene per avere quelle leggi e quegli articoli sulla Difesa popolare nonviolenta. Due esempi d'attualita'. In applicazione di quelle leggi si sta per istituire una Commissione Nazionale per la Difesa popolare nonviolenta (che quantomeno dara' dei pareri autorevoli su come spendere i duecentomila euro per attuare la Difesa popolare nonviolenta); e che fa l'Unsc? Gioca al ribasso e chiede ad ogni ente presente nella Consulta (solo cinque su almeno 300) di indicare qualche esperto della Difesa popolare nonviolenta (perche' lo Stato, poverino, non conosce nessuno!); e quegli enti stanno al gioco al ribasso e si danno da fare per indicare gli esperti a loro vicini, senza avanzare nessuna ipotesi complessiva di progetto e neanche di designazione finale; la quale ipotesi complessiva ora dipendera' da qualsiasi capriccio di Giovanardi, o chi per lui. Cose analoghe sono da ripetere per la formazione degli obiettori in servizio civile, laddove ci sono tre milioni di euro all'anno; ma ora, per mancanza di una politica da parte della base, vengono dispersi a pioggia su ogni ente; cosicche' non ne potra' venire fuori un gruppo professionale di formatori di obiettori (in barba a tutte le reti di formazione spontanee che sono sorte dal basso nel passato), ne' una azione pedagogica di influenza nazionale, ne' una crescita operativa dei movimenti per la pace. Siamo capaci allora di fare, ad esempio, una manifestazione nazionale su questo tema (casomai assieme a quello delle spese per la difesa non difensiva)? O almeno un convegno qualificato, che non sia di parrocchia?
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In definitiva abbiamo una capacita' di fare politica collettiva, o no? Con le vittorie che abbiamo ottenuto sappiamo fare politica, almeno quando abbiamo il pallino in mano? Che dire della cornacchia che ha il formaggio in bocca e la volpe glielo fa cadere con un invito furbastro? Se non ci chiariamo le idee su questo punto, poi e' inutile fare appelli ad un volontarismo eroico infinito; che non appare all'orizzonte, o e' affidato ai soliti irriducibili. Quando invece la gente attorno a noi ha bisogno solo che un gruppo le sappia offrire una proposta chiara, per investirci le sue energie incredibili (ora affogate nella imperante politica di scambio).

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