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RIFLESSIONE
di Marcella Bravetti
Erano i giorni immediatamente successivi alla decisione dell'amministrazione americana di ignorare il veto di Francia e Germania all'intervento armato in Irak, e dell'appoggio dato dal governo Italiano allo stesso intervento, quando a Perugia, nella sede del consiglio della Regione Umbria, si tenne una affollatissima assemblea a cui intervennero militanti e dirigenti delle associazioni impegnate sui temi della pace e della nonviolenza. Il clima era notevolmente teso e scombussolato per quanto era avvenuto. Si discuteva sull'Onu e sulla sua inadeguatezza a rappresentare i popoli della terra; sull'Europa e per quale identita' europea il movimento pacifista dovesse spendere il proprio impegno. Ognuno cerco' di dire la sua e anch'io intervenni, quasi alla fine, proprio perche' ero interessata a sentire prima quali valutazioni e idee avrebbero espresso coloro che rappresentano piu' da vicino le organizzazione per la pace, le istituzioni locali e regionali, i partiti, eccetera. Nel mio intervento cercai di stigmatizzare la pericolosita' che rappresentava per l'Europa e il mondo un'America che per merito del suo presidente era pronta a vedere ovunque e comunque un nemico da abbattere; pronta a dare il proprio assenso ad un intervento armato per ogni sospetto di antipatia, non nei confronti del popolo americano ma con la politica del suo governo; da cio' traevo e traggo la necessita' per l'Europa di crearsi una sua identita' di continente non perennemente condizionato dagli Usa, cosi' dissi che forse era il caso di prendere in seria considerazione la proposta che Lidia Menapace andava facendo dal momento in cui si iniziava a discutere della carta costituzionale europea, e cioe' di un'Europa neutrale; in verita' quella era la seconda volta che tale proposta introducevo in pubblico, la prima, sempre in Regione, era una riunione notevolmente piu' ristretta dove la proposta cadde nel nulla, o meglio: come se fosse un'idea strampalata che non stava ne' in cielo ne' in terra. Nella seconda occasione non dico che entusiasmo', pero' l'interesse che la proposta suscito' mi confermo' che fosse una idea sulla quale era possibile ragionare, anche se era assolutamente necessario sostanziare l'intuizione con i contenuti. Debbo dire che anche a me, come ad altri intervenuti nel dibattito che si e' sviluppato in queste settimane, non convinceva ne' piaceva il termine "neutrale": sia perche' e' facile abbinare questo termine alla Svizzera per la quale siamo in tante e tanti a nutrire antipatia: per come hanno trattato i nostri emigranti, per il riciclaggio di denaro sporco, ecc.; sia perche' e' un termine che a seconda di come e' inteso puo' dare l'idea di essere indifferenti ai problemi e ai dolori che travagliano i popoli extraeuropei. Quello di cui ero certamente convinta era che non era certo questo che ruotava nel pensiero di Lidia, con la quale ho una vicinanza politica e ideale oltre che amicale, che data dai primi anni '70. Sono proprio soddisfatta che questa proposta si sia andata definendo con una proposta articolata. Si dice: "e' un sogno", e chi lo dice lo dice in termini positivi; io che non credo alla realizzazione dei sogni ma che essi sono destinati a rimanere tali, la considero una proposta che ha i piedi per terra, che sarebbe troppo ingenuo pensare di imporla immediatamente e tutta intera nell'Europa, nella sua Costituzione, cosi' come si configura oggi negli schieramenti politici degli stati che la compongono. Credo invece che sia una proposta che va fortemente supportata da tanti piccoli-grandi obiettivi su cui aprire ampie mobilitazioni che facciano camminare, certo il piu' celermente possibile, la realizzazione di un'Europa neutrale e solidale con tutti i popoli a partire dai paesi del sud del mondo. Credo peraltro che sarebbe estremamente negativo, e distruttivo dell'idea stessa, offrire il destro all'illusione che sia una cosa da ottenere subito e intera. Non voglio agitare il fantasma della rivoluzione "tutto e subito" e dei guasti che ha prodotto nel movimento di lotta operaia sindacale politica, ma voglio affermare il valore di garanzia di durata che hanno le cose conquistate attraverso una azione che coinvolga larghi strati di persone: singole, popoli, nazioni. A me, per esempio, non basta che nella Costituzione europea si affermi in astratto il ripudio della guerra, perche' se ci pensiamo bene nessuno dice che la ama, anzi tutte/i dicono che e' brutta; il problema e' che dentro ci sono tutte le variegate possibilita', c'e' anche quella di chi "si tura il naso", o di chi la distingue in "guerra umanitaria", "una terribile necessita'", e via di seguito. Pertanto voglio che si affermi chiaramente che L'Europa esclude sempre e comunque il ricorso o la partecipazione alla guerra quale mezzo per risolvere i conflitti tra i popoli e le nazioni.
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