RIFLESSIONE
di Natalino Albineri

Cari amici, sui temi evocati e implicati dalla proposta di Lidia Menapace vorrei proporre alla riflessione comune, ed alla franca discussione quindi, tre pensamenti soltanto: i primi due scritti alla brava, il terzo piu' meditato anche se non meno ellittico; e a mo' di congedo una dichiarazione di apprezzamento e sostegno alla proposta che spero si traduca in iniziativa.
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1. Un'Europa, anzi due. L'Europa che si e' usi chiamare occidente (la terra del tramonto, quindi) si e' costituita in opposizione alla Persia, a Cartagine, all'Islam, all'impero ottomano, al favoloso oriente e al nuovo mondo. L'Europa e' un'espressione geografica e storica che trae origine dalla reiterazione di un atto di opposizione: il se' contro l'altro, noi versus loro, ed ovviamente - come tutte le culture oppositive ed esclusive – la grottesca pretesa di essere la civilta' contro la barbarie, la storia contro la natura, il soggetto contro l'oggetto. Questa storia va superata (ma nel senso - chiedo venia, e chiedo venia anche dell'ironia - hegeliano del termine). Ma e' anche, questa Europa, e di genti e di tradizioni le piu' diverse un crogiuolo; con tutta la sua prosopopea sui propri quarti di nobilta', e' vivaddio meticcia, ed e' grande e ci e' preziosa proprio grazie a questo suo meticciato. Ma anche questo meticciato deve divenire vieppiu' trasparente a se stesso, consapevole che la sua fecondita' e' nel riconoscimento delle peculiarita' e nella necessita' di tutte le sue radici, consapevole che l'incontro si da' solo quando l'altro e' accolto e non subornato, consapevole che uguaglianza e diversita' si implicano e si fondano reciprocamente. Ma nell'Europa geografica l'Unione europea nasce da quella serie di scelte e di accordi (la Cee e via di seguito) che si costituirono, nel continente riemerso dallo scempio delle due guerre mondiali, in opposizione al defunto campo del cosiddetto "socialismo reale", ed in funzione del consolidamento della dominazione capitalistica. Anche qui: cio' che e' morto fa presa su cio' che e' vivo; anche qui, occorrera' un superamento, che sia elaborazione del passato, assunzione di responsabilita', scelta di mutamento - anche di paradigma: nella direzione indicata da Hannah Arendt e Virginia Woolf, da Hans Jonas e Vandana Shiva, da Danilo Dolci e Giuliano Pontara; nella direzione indicata dal movimento delle donne, dalla "corrente calda" del movimento operaio, dai movimenti libertari, ecopacifisti, antirazzisti e solidali; nella direzione della nonviolenza in cammino. E se oggi l'Europa geografica e quella istituzionale tendono ad incontrarsi, con l'espansione ad est dell'Unione fino ai confini di una Russia forse oggi ancora relativamente troppo grande per stare dentro l'Unione (poiche' gia' a sua volta Confederazione, e per cosi' dire balena in una vasca da bagno), questo apre nuove prospettive e contraddizioni nuove; e dipendera' anche da noi se feconde di giustizia e liberta', o di nuovo fascismo: poiche' l'Europa dei paesi e dei popoli ricchi e consumisti e quella dei paesi e dei popoli poveri e consumati dovranno insieme ridefinire molte cose, ed a noi sara' chiesto di condividere molti beni materiali frutto di prvilegio e di rapina, ma sia a noi che a loro sara' chiesto di far cessare la rapina, nostra anche verso di loro, nostra e loro verso il sud del mondo dall'Europa per secoli e tuttora saccheggiato e depauperato. Dovremo pur fare i conti con il nostro passato, per poter fare i conti col nostro futuro.
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2. Due Europe, anzi una. Ma venendo all'Europa geografica gia' inscritta nella cornice istituzionale dell'Unione europea, e' una opinione che non mi convince - una delle tante che per esser all'infinito ripetute non per questo diventano persuasive - quella che contrappone un'Europa dei governi autoritari e delle istituzioni asservite al neoliberismo a un'Europa dei movimenti libertari e dei diritti sociali. Perche' invero nell'area dell'Unione vi e' un'Europa soltanto: quella della rapina e del privilegio di cui tutti godiamo. E a vantaggio dei governi vi e' di essere frutto di elezioni democratiche, mentre vari movimenti sono minoranze (sovente infime) che rappresentative si autoproclamano (sovente senza verifica alcuna), e i cui leader talora sono figuri dagli atteggiamenti e dai ragionamenti cosi' lugubri e totalitari che e' una vera fortuna che non abbiano il potere politico. E le istituzioni hanno sui movimenti il vantaggio di essere comunque garanti di civile convivere e di fondarsi su leggi, mentre taluni gruppi in fusione sovente sono affetti da delirio di onnipotenza, e non mancano quelli che con la pretesa millenaristica di salvare il mondo non esiterebbero a distruggerlo secondo l'antico macabro adagio "fiat iustitia, pereat mundus". Ed infine l'Europa istituzionale qualcosa di buono l'ha pur fatto e lo garantisce: stato di diritto, elezioni democratiche, pubblicita' delle decisioni del potere politico, separazione dei poteri, laicita' della cosa pubblica. E se nei sud del mondo l'Unione europea e singoli stati europei sono sovente interpellati da stati e popoli come amici e in funzione di contrappeso alla feroce bulimia americana, vi sono anche ragioni concrete e cogenti. Ma detto tutto questo, va anche detto che i poteri politici europei - dell'Unione, degli stati - anche e ancora di cotte e di crude ne commettono, ed inenarrabili crimini: dalla guerra in giu'. E che solo in un'azione tenace e profonda dei movimenti di pace e di solidarieta', di resistenza e di liberazione, noi vediamo il cuore e il motore di un cambiamento che dal profondo del cuore auspichiamo e per il quale di mettersi in movimento vale la pena. Ma questa azione non basta che sia tenace e profonda: deve essere anche limpida ed esatta (e quindi anche esigente), e - se possiamo usare una parola capitiniana nel peculiare significato che Aldo Capitini le attribuiva - persuasa. Deve essere azione nonviolenta. Pensiero e azione nonviolenta. Nonviolenza in cammino.
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3. Quale federalismo. C'e' un nodo politico, giuridico e politologico che non si puo' ne' eludere ne' elidere: ed e' il nodo del federalismo. Su cui molto e acutamente ha riflettuto soprattutto la tradizione anarchica da duecento anni in qua, da Proudhon a Kropotkin a Bookchin, e su cui ovviamente hanno riflettuto altresi' anche i protagonisti grandi di altre tradizioni di pensiero: da Cattaneo a Spinelli. Forse se la sinistra europea si fosse maggiormente interrogata su questo tema, e se i movimenti sociali si fossero occupati di esso con attenzione e rigore, oggi non saremmo in tante e tali aporie. Ma quanto a questo basti avervi qui accennato; solo per dire che nel passaggio dall'Europa fondata sugli stati-nazione a un'Europa che cerca forme nuove di organizzazione istituzionale e di codificazione giuridica, anche alla luce delle catastrofi belliche degli ultimi decenni (le guerre cosiddette "etniche", la "nuova guerra" americana; i conflitti armati cosiddetti "asimmetrici", etc.), occorrerebbe una riflessione che sia capace anche di ricostruire le radici e le forme di un dibattito che ha una storia - in furbesco: una coda - lunga, e perlopiu' negletta o rimossa, cosicche' poi di tanto augusti e venerandi termini - come appunto "federalismo" - si appropriano i ciarlatani e i totalitari (non solo del totalitarismo burocratico, anche di quello plebiscitario e pseudomovimentista) dell'ultim'ora, che ne abusano per coprire pratiche e interessi che in se' sarebbero innominabili.
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4. E quindi. E quindi ben venga una riflessione e un'iniziativa delle persone amiche della nonviolenza su questa scala e su questi temi; e mi pare che rispetto ad altre proposte quella formulata dalla "Convenzione permanente di donne contro le guerre", e da Lidia Menapace per prima proposta e con piu' convinzione e chiarezza sostenuta, sia fin qui la piu' nitida e acuta. Riprendendo i termini che nel dibattito in corso mi pare siano ampiamente condivisi: un'Europa che si vincoli giuridicamente alla neutralita' attiva; che avvii disarmo e smilitarizzazione creando alternative, sia occupazionali, sia di sicurezza e di difesa, sia di cooperazione internazionale: riconversioni produttive, servizio civile, welfare community; un modello di sviluppo sostenibile, autocentrato, con fonti energetiche pulite e rinnovabili e tecnologie appropriate; difesa popolare nonviolenta, corpi civili di pace; valorizzazione della cooperazione internazionale decentrata ed attivazione delle risorse locali, delle istituzioni di base e delle societa' civili. Un'Europa che sia di sostegno a un'Onu rinnovata e democratizzata, che agisca "per la pace con mezzi di pace", per i diritti, la liberazione e il dialogo e la cooperazione tra i popoli, che sostenga l'impegno affinche' tutti i diritti umani siano riconosciuti a tutti gli esseri umani. Un'Europa insomma che inveri quel che di meglio la sua tradizione giuridica, politica e culturale ha prodotto, ed orienti e ordini la sua azione alla promozione della pace, della democrazia e dei diritti, informandola a quel principio della "nonviolenza giuriscostituente" che e' tanto caro a chi redige questo foglio.

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