Il 19 giugno l'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln) ha reso noto un comunicato urgente, sintetizzato in sette punti, molto preoccupante; confermato nella sostanza da un secondo comunicato del giorno successivo. Vi si annuncia, in pratica, una mobilitazione generale dei "regolari" dell'Ezln, la clandestinita' delle Giunte del buon governo che da due anni amministrano i municipi autonomi zapatisti; e altre misure d'urgenza. Tra le quali l'invito ai cooperanti internazionali ad abbandonare le comunita' indigene, o rimanervi a loro rischio; a coloro che hanno sostenuto in questi quasi dodici anni la lotta dei popoli indigeni si dice grazie, e li si "solleva da ogni responsabilita'" per eventuali future azioni dell'Ezln. Tutto lascia pensare ad una probabile offensiva dell'esercito federale messicano, che non ha mai allentato la presa sulla zona di conflitto in Chiapas. L'ultimo allarme di questo tipo fu lanciato nel febbraio del 1995, alla vigilia dell'attacco dell'esercito federale, che tento' di annientare con la forza l'Esercito zapatista di liberazione nazionale. Anche il Centro per i diritti umani "Fray Bartolome' de Las Casas" ha diramato un comunicato in cui cerca di ricostruire le cause della decisione dell'Ezln. Tra gli eventi il Centro denuncia che "da due mesi si sono registrati movimenti dell'esercito messicano", si tratta del "maggiore movimento militare dalla rimozione delle sette postazioni richiesta dall'Ezln nel 2001"; sottolineando il nesso tra la riattivazione dell'esercito messicano e il congelamento dei conti di Enlace Civil, l'organizzazione non governativa che da anni opera nei territori zapatisti e che viene accusata di "riciclaggio di denaro sporco". Da parte sua il governo messicano dapprima ha annunciato che l'esercito aveva distrutto 44 piantagioni di marijuana in territorio sotto controllo zapatista nel Chiapas; poi ha fatto frettolosamente marcia indietro, affermando che le 44 piantagioni non si trovano nella zona d'influenza dell'Ezln, ed ha anche auspicato che riprendano i negoziati con l'Ezln. A sua volta il subcomandante Marcos, che non revocato l'"allarme rosso", ha annunciato che non e' nei piani dell'Ezln di riprendere l'attivita' armata, ed ha garantito che neanche un centesimo degli aiuti e contributi ricevuti per la causa zapatista e' stato speso per l'acquisto di armi. La realta' e' che, nell'indifferenza ormai quasi generale, continua la guerra a bassa intensita' dei paramilitari contro le popolazioni indigene. Sono sempre in circolazione e purtroppo in azione, i paramilitari come quelli del gruppo "Paz Y Justicia", che nel dicembre del 1997 uccisero 45 persone. Uomini, donne e bambini indigeni della comunita' di Acteal.
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C'e' evidente un limite nella solidarieta' internazionale, per quanto assorbita dalle emergenze della guerra globale, se non riesce a dare continuita' ai suoi progetti; se la denuncia degli orrori del neoliberismo non viene accompagnata da un impegno concreto e quotidiano con chi in prima persona subisce questi orrori. Ricordiamo tutti come la societa' civile mondiale, smarrita davanti alle nuove questioni globali, accolse con straordianria gratitudine il movimento zapatista al suo apparire nel 1994; all'indomani della introduzione del Nafta, l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. L'accordo mirava a espandere l'economia di questi paesi basandosi sul mercato e la totale liberta' di commercio, con conseguenze disastrose per le fasce piu' oppresse della popolazione, primi fra tutti gli indios. Sarebbe seguita, per tutti gli anni '90, la ricca analisi offerta dallo zapatismo; come non ricordare il famoso scritto del subcomandante Marcos, "La quarta guerra mondiale e' cominciata": siamo all'inizio di una nuova epoca buia, in cui si agitano sette pezzi di un rompicapo prodotto dal nuovo ordine mondiale, imposto dal neoliberismo. Tante le domande poste dall'esperienza zapatista, ma alcune rimaste senza risposta; o peggio lasciate cadere. Come si realizza il "trapianto" delle esperienze di liberazione, democrazia partecipativa, ecc., fatte nella foresta del Chiapas nelle regioni urbane in Europa; nonostante il legame oggettivo che esiste a causa della globalizzazione economica ed ecologica? Ed ancora, sul versante, degli interrogativi: quale rapporto esiste tra prospettiva nonviolenta e cultura della liberazione? E' compatibile con la prospettiva nonviolenta una scelta strategica di resistenza "violenta" da parte degli oppressi, dal momento che la cultura della nonviolenza ha affermato in modo definitivo l"esigenza della coerenza tra i mezzi ed il fine? Su questo interrogativo certamente ritorneremo, per il momento ci preme sottolineare che comunque non e' possibile rispondere a questa domanda ad un livello generale, astratto. E' invece possibile farlo solo in concreto, cioe' in rapporto a una lotta determinata, e al progetto che essa persegue. Come appunto l'esperienza zapatista, o quella sandinista con il ruolo determinante giocato dai cristiani.
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