Copertoni bruciati, strade deserte: la capitale in esilio
saluta il leader e il suo disegno incompiuto
Ramallah, disperazione e lutto
per il capo di Stato che non c'è
dal nostro inviato BERNARDO VALLI
La Repubblica 12 novembre 2004
NEI momenti di forte passione i palestinesi bruciano vecchi copertoni d'automobile. È un'abitudine diffusa nel mondo. Sono i fuochi delle guerriglie urbane. Ma le colonne di fumo, di un nero denso, color inchiostro, che puntano dritte verso il cielo grigio, oggi esprimono tanti sentimenti: sono segni di dolore, certo, ma anche di collera, e al tempo stesso di sfida. Quelle enormi pennellate sull'orizzonte, cupe, quasi indecenti, mi si parano tragicamente davanti di primo mattino, appena mi lascio alle spalle Gerusalemme, accompagnato nel traffico dal vocio delle radio a tutto volume che esce dalle automobili e ripete con insistenza il nome di Arafat, morto da poche ore. Le colonne di fumo si alzano da Ramallah, tanto vicina a Gerusalemme da sembrare una sua periferia. La periferia in cui è stata scavata di gran fretta la fossa per il corpo del raìs, atteso da Parigi, via Il Cairo. Le colonne di fumo annunciano il lutto della Palestina: ma possono essere anche viste, dai pessimisti, come nubi minacciose, avanguardie di una tempesta.
Le voci che si raccolgono nell'uno e nell'altro campo, mentre è ancora forte l'impatto della definitiva uscita di scena del raìs, rivelano il netto, spesso impietoso, contrasto tra le reazioni israeliane e palestinesi. Le prime trasudano l'odio per un personaggio ritenuto responsabile di tutte le sciagure abbattutesi su Israele negli ultimi decenni. Ed anche l'irritazione, il profondo fastidio, per gli omaggi che il mondo gli dedica in queste ore. Omaggi considerati insulti per lo Stato ebraico.
Al punto che il governo si propone di diffondere al più presto "il vero ritratto" di Arafat, terrorista e uomo infido, al fine di cancellare i giudizi agiografici che riempiono giornali e teleschermi.
Per questo non si è aspettata la chiusura della tomba. Ministri e commentatori sono già all'opera: e con loro semplici passanti, se interrogati dai giornalisti stranieri.
Diceva un'anziana signora, a Gerusalemme, davanti a una telecamera francese: "Dovreste sputarci sopra, non elogiarlo". Ma si sentono anche parole più autorevoli e sagge. Ariel Sharon, il primo ministro, si è dichiarato ottimista sulla possibilità di avviare il dialogo con le nuove autorità palestinesi, se, al contrario di Arafat, reprimeranno i fautori del terrorismo.
Sull'altro versante, quello palestinese, è stato accolto con grande attenzione il messaggio lanciato da Marwan Barghouti, rinchiuso in una prigione israeliana, dove dovrebbe scontare cinque condanne all'ergastolo. Come responsabile di Al Fatah (il movimento di Arafat e il più importante di quelli che fanno parte dell'Olp) Barghouti è stato uno dei promotori della seconda Intifada, ed oggi appare come il più popolare tra i dirigenti palestinesi. I giovani, indifferenti o addirittura allergici ai padri fondatori della resistenza, lo preferiscono tra tutti. Ed egli è, curiosamente, anche il personaggio su cui gli israeliani, nonostante le pesanti pene inflittegli, potrebbero contare come interlocutore valido nel caso riprendesse il dialogo. Ma come fare uscire di prigione quello che alcuni vedono come un possibile Mandela?
Ebbene, Barghouti ha fatto sapere dal carcere che bisogna continuare l'Intifada. Ha aggiunto però che questo deve avvenire nel rispetto delle leggi e della democrazia. Un doppio messaggio, da decifrare. E comunque un messaggio più ascoltato di quelli dei nuovi dirigenti, preoccupati di realizzare una successione nel rispetto assoluto della Costituzione su cui si basa l'Autorità palestinese. Ed anche alla ricerca di una leadership in cui siano rappresentate tutte le forze, nell'attesa di elezioni.
È con queste prime nozioni che vado a Ramallah, listata a lutto dalle colonne di fumo. È un rito rudimentale, rozzo, non privo di violenza, quello di appiccare il fuoco ai copertoni sventrati. Di solito annuncia scontri, barricate. Esprime la protesta, ma soprattutto la disperazione, quando viene compiuto dai diseredati in una periferia. E questo è senz'altro il caso di Ramallah: capitale, più d'occasione che provvisoria, di uno Stato inesistente, di là da venire, capitale d'emergenza neppure abilitata a celebrare il funerale del suo presidente defunto. Il quale verrà onorato nel vicino Egitto, vera nazione sovrana, dove si riverseranno capi di Stato e ministri provenienti da tutti gli angoli del mondo.
Nella prima mattina di una triste giornata palestinese, quando i vicoli di Gerusalemme vecchia e le strade di Ramallah sono semideserte, e le botteghe e i caffé sono chiusi per il Ramadan e il lutto decretato per la morte di Arafat, queste stranezze risaltano nella mente non distratta dalle immagini ancora smorte della vita quotidiana, che si annuncia intensa.
Un'altra singolarità mi salta agli occhi quando arrivo sotto le mura della Muqata, dove è difficile farsi strada tra le telecamere insonni, braccate come uccelli rapaci sull'ingresso, agitato da un viavai di macchine nere, Mercedes e Bmw con i vetri affumicati, dietro i quali si nascondono i notabili palestinesi con gli occhiali neri e gli abiti scuri. Traffico appesantito da camion carichi della terra scavata per far posto alla tomba del raìs.
Dietro il muro di cinta spuntano le carcasse delle automobili dilaniate dalle bombe o dai bulldozer israeliani, messe una sull'altra, compresse e squadrate per farne un monumento, che sorgerà accanto al mausoleo costruito in gran fretta. Il muro, più volte sfondato dagli autoblindo di Tsahal, sembra il fondo di un pantalone rattoppato. La strada è polverosa. Il vento solleva carte unte dal terreno vago, sul quale sono accatastati in disordine attrezzi e materiali per l'edilizia, e vanno ad incollarsi sulle berline nere dei successori di Arafat. Nella zona non mancano le case rimaste a metà, non finite, e probabilmente condannate a non avere mai un tetto completo. La periferia rappresenta spesso il destino dei palestinesi.
Il raìs voleva essere sepolto nel cuore di Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee, da dove Maometto si involò su un cavallo bianco.
Voleva l'impossibile. Se non si è cittadino di una nazione sovrana non si ha il diritto di scegliere dove essere inumato. Le due cose sono strettamente legate. Si capisce che Sharon abbia respinto con orrore quel desiderio. La tomba del presidente palestinese a Gerusalemme, all'ombra della moschea di Al Aqsa, sopra il Muro del Pianto, sarebbe stato come concedere ad Arafat morto quel che gli era stato rifiutato da vivo. La pietà qui ha scarso mercato. Su quel luogo gli ebrei avanzano diritti millenari: è il centro dell'universo, è la prefigurazione della Gerusalemme celeste. Il cadavere di Arafat, sepolto proprio lì, sarebbe apparso un marchio di proprietà palestinese.
Anche morto Arafat ritorna dunque nella residenza-prigione di Ramallah, dove ha vissuto negli ultimi tre anni. Tutto quello che accade in queste ore di forti emozioni è carico di simboli: la morte nel lontano ospedale parigino, poiché era impossibile farsi curare in un vicino e altrettanto abilitato ospedale israeliano; il funerale al Cairo, poiché molti presidenti o ministri, che riconoscono l'inesistente Stato palestinese, non riconoscono lo Stato ebraico; la sepoltura carica di significati, polemica, nella residenza-prigione della Muqata, poiché è impossibile avere una tomba a Gerusalemme. Questo riassume la condizione palestinese.
Con sfumature varie, il mondo rende omaggio, secondo i gusti, a numerose versioni di Arafat: al padre di una patria non ancora ritrovata; al guerrigliero coraggioso; al titolare del Nobel per la Pace talvolta terrorista; a un capo amato dai suoi che governava, nel limiti del possibile, con l'autoritarismo di un genitore nevrotico. Ma soprattutto all'uomo che ha fatto sapere al mondo distratto che c'era un altro popolo in Terra Santa. Il suo.
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