D’amore e di diritti
Donne in nero di Piacenza
Piacenza, maggio 2004

SOMMARIO

Introduzione

Perché si ama un popolo

La Shoà, ovviamente

Antisemiti, ancora

Nei ristorantini dall’aria europea dove sono scoppiate le bombe

Il femminismo, le lesbiche e la pace


Introduzione

In principio c’è stata la sorpresa di inventare una pratica politica assolutamente nuova, ma radicata in ciò che da anni andavamo facendo all’interno del movimento femminista e di quello per la pace. Una prassi politica che, sullo scenario internazionale, riconosceva il nostro rapporto preferenziale con le donne e si impegnava a concretizzare il superamento del dualismo amico-nemico calandolo nel fuoco di un conflitto vero, reale e dolorosissimo. In principio, dunque, c’è stata l’esperienza emozionante di lavorare davvero per favorire il dialogo, per abbattere le barricate e costruire un futuro di convivenza in Medio Oriente: con lo stupore di incontrare quelle donne con la loro storia, le loro rigidità e le loro aperture, le cose su cui pensavano di potersi confrontare e quelle che erano fuori discussione, i momenti in cui erano aperte e disponibili e quelli in cui si tiravano indietro. L’incontro con tutte le cose che non ci eravamo immaginate e non sospettavamo: ad esempio la lunga storia condivisa tra israeliane e palestinesi che tante volte orgogliosamente ci hanno ricordato che il dialogo non l’avevamo certo “esportato” noi italiane, che per quanto intermittente fra loro c’era sempre stato, dato che si conoscevano e avevano dovuto convivere da sempre…
Il superamento della logica amico-nemico richiedeva una vera e propria rivoluzione nella prassi politica di quelle di noi che venivano da un percorso di solidarietà con la lotta di liberazione dei popoli negli anni in cui Luisa Morgantini scriveva “La solidaridad es la ternura de los pueblos”. Abituate ad agire in contesti caratterizzati dallo strapotere di una grande potenza militare su popoli piccoli e praticamente inermi (Vietnam, Nicaragua), abituate ad identificare con chiarezza il “nemico”, ci trovavamo di colpo in una situazione in cui questa dicotomia diventava obsoleta: due popoli che avevano molto sofferto, una situazione creata in buona misura da noi europei, uomini, donne, bambini, vecchi impegnati da entrambe le parti a difendere il proprio diritto a vivere in pace e sicurezza su una terra che sentivano come propria.
Eppure, probabilmente, non per tutte questo “incipit” così promettente è stato foriero di una vera svolta. Soprattutto in questi anni in cui il movimento è cresciuto e ha visto nascere molti nuovi nodi il ragionamento che, in casi particolarmente gravi e ingiusti, come ad esempio l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo o di una potenza militarmente superiore, il ricorso alla violenza si renderebbe comunque necessario, ha portato alcune di noi a chiudere gli occhi e il cuore alla realtà della gente di Israele e forse addirittura degli ebrei in quanto tali. Abbandonando, e non solo perché la continua emergenza ci ha spinte in quella direzione, l’originaria impostazione “trinagolare” del nostro dialogo mediorientale.
Nemmeno la constatazione che, un decennio dopo l’altro, ogni passo violento e aggressivo di una delle due parti si avvitava in una spirale atroce, andando poco a poco a chiudere ogni prospettiva di futuro per entrambi i popoli, è bastata a convincerci fino in fondo del fatto che la scelta nonviolenta è l’unica applicabile in questo come in molti altri casi di conflitto. Per non dire poi che i ragionamenti di molti gruppi di sinistra e filo-palestinesi con cui spesso ci ritroviamo a scendere in piazza vanno nella direzione di rafforzare questa presa di distanza: alcune di noi la esprimono dicendo che non provano lo stesso dolore quando muore un palestinese o un israeliano (nemmeno quando l’israeliana in questione è una donna incinta con quattro figlie bambine?), o che in fondo tutti gli israeliani sono corresponsabili della politica assassina del loro governo (come se tutte noi fossimo corresponsabili delle scelte criminali di Berlusconi…).
La nostra posizione di donne in nero, ovviamente, è sempre stata lontanissima. Il nostro schierarci chiaro e netto a favore dell’indipendenza del popolo palestinese e del suo diritto a vivere in uno stato libero, sovrano e sicuro all’interno dei confini stabiliti dall’Onu convive infatti con un’analoga, netta presa di posizione a favore del diritto del popolo israeliano a vivere in un suo stato ubicato nella Palestina storica, accanto a quello palestinese e altrettanto libero, sovrano e sicuro. (Anche se, nel sogno che condividiamo con alcune/i altre/i coraggiose/i sognatrici/ori, sia palestinesi che israeliani, la piccola terra tra il Giordano e il mare sarà un giorno un unico stato binazionale in cui si potrà convivere in pace, senza frontiere a dividere popoli e religioni.)
Il fatto che il diritto dei due popoli non si trovi attualmente garantito in maniera equa, in quanto lo stato d’Israele esiste ormai da 56 anni mentre quello di Palestina non è mai sorto e potrebbe non sorgere mai; il fatto che lo stato d’Israele sia attualmente guidato da un criminale razzista come Sharon, e mantenga un’occupazione assolutamente illegale sui territori palestinesi, e lo faccia con un dispiegamento di violenza e di illegalità inaudito, e si appresti a rendere perenne l’occupazione con la costruzione di un muro che renderebbe visibile e tangibile l’apartheid; ebbene, tutto questo non ci impedisce di affrontare con interesse e passione le mille sfaccettature della storia, della cultura e della vita politica israeliana e degli ebrei della diaspora, che pure a volte si dimostrano i più accaniti sostenitori della politica di Sharon, così come la consapevolezza delle infinite persecuzioni subite dal popolo ebraico non ci porta a dare carta bianca al governo israeliano per qualsiasi nefandezza intenda contrabbandare sotto l’etichetta della difesa nazionale.

Eppure, invece di arricchirsi col passare degli anni, questa impostazione originaria delle donne in nero si è come inaridita. A volte, nelle nostre discussioni, a fronte di una inesausta capacità di impegnarci per chiedere la fine dell’occupazione, la nascita dello stato di Palestina, il diritto al ritorno dei profughi, il diritto alla terra, all’acqua, alla piena sovranità nazionale per questo popolo, fa fronte, secco e stiminzito, un riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele. Il diritto, puro e semplice. Contrapposto all’amore che sentiamo per il popolo palestinese, alla passione con cui cerchiamo di lottare per il suo futuro, alla rabbia, alla disperazione con cui osserviamo le violenze di cui è fatto vittima.
Forse non è necessario ribadirlo per l’ennesima volta, ma qui non si tratta di equidistanza. Nessuna di noi si sente equidistante rispetto alla politica voluta dal governo Sharon e attuata dal suo esercito d’occupazione. Sul piano del diritto, Israele si è preso con la forza i suoi e con la forza ha annullato quelli dei palestinesi, e su questo non ci possono essere dubbi. Ma se il discorso finisse qui, che ne sarebbe della nostra scelta originaria di superare la logica amico-nemico? Non ci ritroviamo di fronte al solito scenario potenza occupante/popolo inerme che secondo alcune giustificherebbe il ricorso alla forza?
In questa contrapposizione fra il diritto e la passione sta secondo noi il nodo da risolvere prima di fare ulteriori passi nell’analisi del conflitto israelo-palestinese e del nostro piccolo ruolo nella costruzione del dialogo e della pace.


Perché si ama un popolo

Qualcuno ha detto che ci si innamora di un popolo come si ama una persona: è come un colpo di fulmine, ed è difficile spiegare razionalmente il perché a chi osserva da fuori la nostra infatuazione. Ma è pur vero che qualcosa si può dire sulle caratteristiche che ci rendono amabile la persona amata, o il popolo amato.
Perché di passione sicuramente si tratta, nel caso dei vari ambiti di intervento delle donne in nero: l’abbiamo vista in quelle di noi che vanno avanti e indietro varie volte l’anno tra l’Italia e i Balcani, e che parlano appunto di “malattia balcanica”; in quelle che si occupano delle donne afghane, o kurde, con uno slancio che va ben oltre la semplice rivendicazione di un “diritto” e che si può benissimo chiamare amore. Non staremo a raccontare dell’amore per il popolo palestinese, perché credo l’abbiamo tutte nel cuore e perché in questo contributo ci sembra necessario parlare della grande passione che sentiamo per il popolo ebraico di ieri, di oggi e di domani, della diaspora e di Israele, tradizionalista e moderno, laico e religioso, così come esso è, senza semplificazioni. Un amore che viene da lontano.

Ma prima un piccolo distinguo: ci si innamora di una causa o di un popolo? Data l’età media delle din, tutte noi possiamo ricordare la più o meno precoce passione per la causa di liberazione di popoli con cui forse non siamo entrate mai in contatto diretto: l’Irlanda, il paese Basco, Cuba ecc. Prima di “visitare luoghi difficili” era raro avere l’opportunità di viaggiare per conoscere un popolo e un paese, e i rapporti di conoscenza diretta si limitavano ad ascoltare di tanto in tanto la conferenza di un dirigente politico. In questi casi, a innamorarci era una “causa”: la causa della liberazione di un popolo, spesso resa più evidente dalla nefandezza dell’oppressore, o dalla limpida testimonianza degli oppressi (il Che che lascia la sua meritata poltrona di ministro per farsi ammazzare in Bolivia; Bobby Sands che muore per lo sciopero della fame dei detenuti politici in Irlanda…). Anche la causa del popolo palestinese ci ha innamorate molto prima di poter conoscere le donne e gli uomini di là: ma quando poi si incontrano le persone, se ne segue il percorso e la storia, si studia la loro vita collettiva fino a farla diventare parte della nostra, perché anche noi cambiamo, cresciamo e, si spera, miglioriamo grazie alla fecondità di questo rapporto… Allora ci si innamora di un popolo.
Nella testa di chi scrive, per certi aspetti, palestinesi e israeliani sono un unico popolo. E non tanto per via della leggenda biblica che li vuole nati da uno solo dei tre figli di Noè, Sem. Forse anche perché, agli occhi di noi occidentali, il primo rapporto con queste genti è avvolto dall’esotico fascino dell’Oriente, fatto di cose da mangiare buonissime e piene di sole, di deserti e città misteriose, di forti chiaroscuri tra il cielo luminosissimo del Mediterraneo e l’oscurità dei suk, di preziosi commerci intrecciati lungo vie immemorabili e così via. Un unico popolo la cui vita millenaria è ancora visibile e palpabile a Gerusalemme, nonostante la lunga strage intercorsa: una volta, in una viuzza della città vecchia, abbiamo visto due piccole botteghe gemelle, una che vendeva kufije, mosaici della moschea della roccia e decorative scritte religiose in arabo, l’altra che vendeva kippà, candelieri a sette braccia e decorative scritte in ebraico. E i due mercanti, curvi per gli anni, uno con la kippà e l’altro con la kufija, prendevano insieme il tè prima nella bottega dell’uno, poi in quella dell’altro.
“In un libro di Yehoshua pubblicato in Israele solo nel 2001, La sposa liberata, Yohanan Rivlin, professore di storia mediorientale nel dipartimento di studi arabi dell’università di Haifa, ha molti contatti con gli arabi, in particolare con studentesse e studenti palestinesi. I sogni del vecchio professore sono popolati di donne arabe che conosce, dei loro canti, poesie, cerimonie: i sogni sembrano congiungere e mescolare quel che i fili spinati e i check point separano. Yehoshua mostra la contraddizione tra la vita della veglia, dove tutto separa, e il sogno, dove piani diversi di fascinazione del diverso, antiche amicizie, seduzione sessuale, bellezza delle parole poetiche si intrecciano in una ambiguità portatrice, si sente, del nuovo.” (Chiara Zamboni, Comunità filosofica di Diotima, da La dea della notte e il tempo del sogno)
La memoria ci suggerisce poi un’infinità di immagini che, come in un mosaico, riassumono tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere e amare del popolo ebraico, e che in qualche misura si ritrova oggi in Israele, anche se in modo a volte periferico, schiacciato ai margini. La vita dello shtetl, innanzitutto, la comunità ebraica tradizionale dell’est europeo che, come dice Moni Ovadia, resiste nell’immaginario di chi non è “disposto ad arrendersi alla scomparsa di un mondo straordinario di utopia, di fede e di popolo, sradicato dalla nostra terra d’Europa con inaudita ferocia. Viviamo questa violenza come rivolta contro di noi, come se ci avessero strappato qualcosa dal petto”. Nonostante i partiti religiosi in Israele appartengano all’area politica di estrema destra, l’immagine dell’ebreo ortodosso vestito di nero, con i suoi cernecchi e il cappello di pelo, incarna per noi Danny l’eletto e Asher Lev di Chaim Potok, ed è per noi importante e cara, anche se le nostre amiche di Gerusalemme protestano perché non si può passare in macchina nel loro quartiere di sabato senza essere prese a sassate. D’altra parte nel suo ultimo libro Michel Warshawsky critica il modello culturale omogeneizzante di Israele che ha spinto tra l’altro gli ortodossi tra le braccia della destra politica: la figura tipica del “sabra, sboccato, sicuro di sé e del proprio fisico” si è fin qui contrapposta a quella dell’ebreo “mingherlino e con la schiena leggermente arcuata, con una grande calotta, la camicia di nylon bianca e i pantaloni di terital. […] Quella che più tardi diventerà la mia compagna, anche lei una sabra, aveva l’abitudine di dare della ‘saponetta’ a chiunque non fosse abbastanza forte per i suoi gusti. […] Ma se tra gli anni Cinquanta e Ottanta la periferia [quella degli ebrei orientali] era esclusa dal collettivo nazionale, a partire dal 1980 se ne è esclusa da sola, rifiutando espressamente il discorso ufficiale e la cultura dominante […] appoggiando in massa i partiti di destra, non tanto per affinità ideologica, quanto per il rigetto della sinistra, cioè del partito laburista al potere”. Questo avviene sempre, in ogni comunità: le minoranze, siano etniche, culturali, linguistiche o religiose, se schiacciate ai margini della società prima o poi si alleano con altre minoranze, e diventano bottino di fazioni estremiste che le usano per scalzare chi fino a quel momento ha occupato il potere. Lo stesso, in fondo, può succedere se la sinistra si ostina a considerare Israele come un blocco monolitico di forze reazionarie, identificando l’intero paese con l’oppressione dei palestinesi e ignorando le sue molteplici sfaccettature interne: Israele cercherà ovviamente alleanze internazionali d’altro segno, e le troverà in partiti, governi e paesi disposti ad appoggiare le sue più scellerate forze politiche. L’omologazione culturale imposta da Israele alle comunità e alle varie culture ebraiche ha fatto altre vittime illustri, oltre all’ortodossia religiosa (che se ne è presa la rivincita): citiamo ad esempio il bando imposto all’uso e allo studio dello yiddish, considerato la lingua del ghetto, e che pure ha prodotto una letteratura antica e ricchissima, e il rifiuto della musica kletzmer, che pure in tutto il mondo sta vivendo una fase di grande interesse, nutrita della nostalgia per le comunità ebraiche europee cancellate e distrutte. E bisogna aggiungere che questo progetto omologante non è assolutamente stato partorito dalla destra: sono stati i primi decenni di vita di Israele, i decenni di governo laburista, a imporli al paese, ed è questa una delle ragioni per cui i laburisti hanno poi perso il governo del paese e ancora non sembrano avere un progetto alternativo credibile (perché ci sono altri problemi, in Israele, oltre a quello della convivenza con la Palestina: e probabilmente, il giorno in cui si trovasse la soluzione per la pace, questi problemi emergerebbero con tutta la loro forza dirompente. Perché, a fronte di alcune “diversità” più note e visibili, come quelle che abbiamo elencato, ce ne sono infinite altre di cui non conosciamo nemmeno l’esistenza, come l’integrazione fra gruppi di immigrati provenienti dalla Russia, dallo Yemen, dall’Iraq, dalla Somalia, dal Maghreb…).
Ma non basta: c’è anche l’intreccio ricchissimo della cultura ebraica in Europa, il segno che ha lasciato nella grande tradizione praghese, la memoria della presenza prima e della cacciata poi degli ebrei dalla Spagna e da altri paesi europei, i grandi nomi ebraici nella letteratura, nella scienza, nella politica, nella filosofia di cui ci siamo nutriti. Perché un elemento imprescindibile dell’amore per questo popolo sta in questa sua storia straordinaria, che l’ha visto mescolarsi a tutte le genti senza perdere la sua individualità, contribuendo in maniera magnifica a tutte le culture mentre in realtà costruivano la propria, unica, inconfondibile, ricchissima. Vivendo a fondo tutte le contraddizioni, l’appartenenza e la separazione, l’aspirazione alla normalità e la convinzione della propria eccezionalità, l’amore e l’odio per l’Europa, per la stessa tradizione ebraica, per il Dio di Israele che elegge e condanna alla sofferenza e alla fuga perenne. (Non ci nascondiamo che anche questa ambiguità, soprattutto quella fra normalità ed eccezionalità, ha i suoi risvolti negativi: all’inizio del 1900 a Tel Aviv ci fu una rapina, e Hayyim Nahman Bialik, uno dei maggiori poeti d’Israele, ne gioì perché finalmente anche loro avevano avuto una rapina in banca, come tutti gli altri! Quando invece si tratta di rispettare gli standard dei diritti umani e il diritto internazionale, Israele pretende di esserne esonerata in nome dell’assoluta specificità della sua storia) “A dove apparteniamo, dunque? Forse non apparteniamo affatto”, scrive Amos Oz. “Sono cresciuto in un contesto di ambivalenza e ambiguità ed emozioni miste e relazioni d’odio e d’amore e d’affetto non corrisposto. E i miei dintorni erano zeppi di aspiranti riformatori dell’ordine universale, idealisti, ideologi, ciascuno con la sua personale formula per una redenzione istantanea. Erano tutti dei gran parlatori, nessuno mai che ascoltasse.” Questa identità così composita, che mette l’accento sulla pluralità e sulla contraddizione, è affascinante, molto moderna e assolutamente consigliabile come modello a tutti coloro che soffrono di certezze assolute.
E poi c’è la straordinaria letteratura di Israele, che ci ha incantato con vicende che si snodano nei quartieri di Gerusalemme, sulle dune del deserto, nei quartieri storici delle antiche città della sponda orientale del Mediterraneo. Ne citiamo uno per tutti: Il signor Mani, che ha seminato in noi il bisogno di vedere i posti in cui si è sedimentata la storia breve e lunghissima di Israele, un desiderio che col tempo è diventato pressante. Per non parlare del sogno di fare, un giorno, come in quel libro, la traversata via mare da Venezia a Giaffa.
Ultimo accenno, un po’ tra parentesi perché non c’è il tempo di approfondire, merita l’incredibile impresa culturale di resuscitare l’ebraico come lingua parlata, che all’inizio della storia d’Israele poteva sembrare antistorica e velleitaria come resuscitare il latino o diffondere l’esperanto, e che invece ha funzionato. Come tutte le lingue antiche in cui si conservano una storia lunghissima e una narrazione di valenza universale, l’ebraico è un idioma meraviglioso, pieno di sorprese e denso di contenuti, che se fosse possibile sarebbe bello studiare.

Queste, insieme alla conoscenza personale di uomini e donne di grandissima forza e di stupefacente lucidità che si battono contro l’occupazione, per la pace e la convivenza tra i popoli, sono le ragioni di cui si nutre una passione sempre crescente.
E poi, naturalmente, la Shoà


La Shoà, ovviamente

Una sera, a Gerusalemme, nell’atmosfera incantata e nella luce burrosa della città vecchia, abbiamo visto un gruppetto di bambini con i peies e la kippah giocare tranquilli per strada, e ci siamo domandate: che valore, che importanza ha per noi che esista un luogo (Brooklin a parte…) dove i bambini possono giocare esibendo così la loro appartenenza al popolo ebraico senza correre nessun pericolo, né oggi né mai?
“Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case, / voi che trovate tornando a sera / il cibo caldo e visi amici: / considerate se questo è un uomo…”: assumere seriamente, esistenzialmente l’impegno della memoria così come Primo Levi ce l’ha comandato non è uno scherzo. Ci vogliono ricattare dicendo che se critichiamo la politica di Sharon siamo anche noi contro Israele, anzi, in fondo siamo ancora antisemiti: non basta scandalizzarsi, non basta dire che noi siamo sempre stati e sempre saremo contro ogni razzismo, non basta ributtare l’accusa contro Fini e Co. che vanno in visita di stato in Israele con il passato che infanga la loro formazione politica. Ci vuole di più. Se riusciranno a schiacciarci sulle ragioni di una parte sola, se riusciranno a farci odiare tutti gli israeliani per ciò che è stato fatto da alcuni di loro al popolo palestinese, se in un angolino del nostro cervello dovessimo arrivare a pensare che gli attentatori suicidi non hanno poi tutti i torti, che il sangue versato da una delle due parti ci è meno caro di quello versato dall’altra… avrebbero vinto “loro”.
Sì, Israele nasce anche dai pogrom, dalla Shoà, dalle infinite persecuzioni sofferte dagli ebrei nel corso dei secoli, dal rischio che l’antisemitismo che serpeggia nascosto in Europa e nel mondo possa ancora esplodere. E anche se l’Europa ha agito malissimo promettendo sia agli ebrei che agli arabi la stessa terra per il suo opportunismo politico, senza poi impegnarsi a garantire con uguale fermezza la spartizione decisa a livello internazionale, ed è stata a guardare mentre si innescava un conflitto sanguinoso e una spirale di violenza apparentemente inarrestabile, non per questo possiamo dimenticare che, per molti ebrei del mondo, quel lembo di terra è pur sempre l’unico luogo in cui potranno andare quando il paese in cui vivono e a cui sentono di appartenere deciderà di cacciarli.
Sappiamo che non tutti i gruppi che partecipano ai nostri viaggi in Palestina visitano lo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto. Per noi questa visita è imprescindibile. Fra molte cose importanti e toccanti si può assistere alla proiezione di un filmato in cui si vedono gli ebrei sopravvissuti all’incendio d’Europa attraversare a piedi montagne coperte di neve per arrivare in Palestina. Donne, vecchi, bambini, ammalati, alcuni dei quali sanno che il tempo non gli basterà per vivere nella Terra Promessa, ma solo per vederla, come il profeta Mosè. Nel film Exodus, una nave carica di ebrei desidera approdare in Palestina per costruire lo stato promesso dagli Alleati all’indomani della II guerra mondiale, ma gli inglesi non li lasciano passare perché hanno deciso di limitare l’immigrazione ebraica in Palestina: allora quelle centinaia di persone buttano a mare le casse di viveri preparate per la traversata e danno inizio a un drammatico sciopero della fame, tutti, anche gli anziani, i bambini, le donne in allattamento, finché non convincono il comando inglese a dare il via libera. Tutto questo e molto di più, naturalmente, sta alle radici del diritto all’esistenza dello stato di Israele.


Antisemiti, ancora

A Piacenza, la tradizionale dimostrazione delle donne in nero avviene davanti ad una chiesa: non potrebbe essere altrimenti, a Piacenza in ogni piazza c’è una chiesa. Mentre ce ne stiamo lì in piedi, vestite di nero, con i nostri cartelli che chiedono la fine dell’occupazione, in silenzio (non molto, a dire la verità), ogni tanto ci passa accanto una vecchietta diretta a San Francesco che mormora, approvando: “Eh certo, avete ragione: d’altra parte, di quegli ebrei là non c’è da fidarsi….”.
Durante un seminario di approfondimento sulla nonviolenza un amico metodista, dopo aver deplorato il fatto che un confratello di fede avesse scatenato la guerra contro l’Iraq, si è slanciato nell’appassionato racconto di una profezia biblica secondo la quale “gli ebrei saranno gli ultimi a salvarsi, e si arrenderanno al Salvatore solo dopo esser stati ridotti al lumicino…”. A noi si è raggricciata la pelle.
Con questo non vogliamo dire che si sia alle soglie di un nuovo pogrom, o che queste persone applaudirebbero o assisterebbero indifferenti a un nuovo Olocausto: ma ci sconvolge la riflessione che anche nella Germania nazista o in Polonia o nelle città italiane che oggi non hanno più nemmeno una piccola comunità ebraica non furono tanto i fanatici, i sadici, i nazisti a rendere possibile lo sterminio degli ebrei, quanto piuttosto i benpensanti, le masse cattoliche che, a parte nobili eccezioni, semplicemente gli ebrei non li avevano in simpatia. Da un sondaggio risulta che il 54% degli intervistati pensa ancora che gli ebrei italiani abbiano delle caratteristiche particolari che li differenziano dal resto della popolazione, e il 68% cita come prova il rapporto particolare con il denaro, una mentalità e uno stile di vita diversi da quelli degli altri italiani. Questo antisemitismo diffuso c’è ancora, e non ne è esente nemmeno la sinistra.
Certo, il governo Sharon e i suoi portavoce nel mondo battono la grancassa per dire che ogni critica a Israele è dettata da antisemitismo latente, e per zittire così chiunque osi alzare la voce in difesa del diritto internazionale e in favore del popolo palestinese, e questo è insopportabile. Molti intellettuali israeliani hanno sottolineato come sia invece proprio la destra di Bush e Fini a comportarsi in fin dei conti in maniera razzista, intestardendosi a considerare Israele una realtà così speciale da aver bisogno di essere protetta da qualsiasi dibattito e da non poter essere sottoposta al diritto internazionale, ed esponendolo così al rischio di diventare odioso a tutto il mondo civile, con le ricadute che ciò potrebbe avere sulle comunità ebraiche della diaspora.
All’interno della sinistra italiana, ad ogni modo, abbiamo osservato una curiosa schizofrenia: da una parte, fintanto che si parla di II guerra mondiale, nazifascismo e lager, gli ebrei vengono considerati (com’è ovvio) le vittime, quelli che stanno dalla parte giusta, e si professa per loro un’assoluta solidarietà; poi, subito dopo la conclusione della guerra, Israele comincia a incarnare esclusivamente l’oppressione dei palestinesi, e ci si rifiuta di considerare che sono praticamente le stesse persone, o i loro figli e nipoti, e di analizzare che cosa è successo nel frattempo, e perché ci sono stati certi cambiamenti. Quasi come se Israele fosse stato segnato dal marchio di scelte di destra, razziste, violente e prevaricatrici fin dalla sua nascita. E invece sappiamo che all’origine del sogno di Israele c’era dell’altro, idee socialiste innanzitutto, incarnate nel grande esperimento umano, politico e sociale dei kibbutz, la volontà di costruire un luogo di pace e convivenza, che anzi sarebbe servito di monito a tutti i paesi che ancora nel mondo covano ideologie razziste e colonialiste. “Il sionismo è morto, e i suoi aggressori sono seduti sulle poltrone del governo a Gerusalemme. Non predono un’occasione per far scomparire tutto ciò che c’era di bello nella rinascita nazionale. La rivoluzione sionista poggiava su due pilastri: la sete di giustizia e una leadership sottomessa alla morale civica. L’una e l’altra sono scomparse. La nazione israeliana ormai non è altro che un ammasso informe di corruzione, oppressione e ingiustizia. La fine dell’avventura sionista è vicina” (Avraham Burg, laburista, ex presidente della Knesset 1999-2003). Molti israeliani non hanno ancora rinunciato a questo sogno: ma mentre coloro che vogliono relegare i palestinesi in una serie di piccoli bantustan privi di diritti e di libertà hanno molti alleati, i pervicaci sognatori di un futuro di pace e di convivenza non trovano in noi un interlocutore altrettanto deciso e convinto, pronto ad alzare la voce per sostenere le loro ragioni.
E per farlo in maniera adeguata, non sporadica, e che possa servire anche a spostare gli equilibri dentro Israele, noi dovremmo conoscere di più del paese, della sua storia e della sua cultura. Molto raramente i nostri viaggi in medio oriente ci hanno messo in contatto con israeliani che non fossero già sfegatatamente sulle nostre identiche posizioni: una delegazione di Piacenza, per esempio, ha incontrato un paio d’anni fa la comunità italiana di Gerusalemme. Li abbiamo trovati intrattabili, chiusi ad ogni possibilità di dialogo, pieni di prevenzioni nei confronti nostri, delle donne in nero e di tutto il movimento per la pace europeo. Ma al di là di tutto questo, sicuramente, da parte loro c’era la sensazione che a noi non interessasse affatto tutto quello che avevano passato: quelle persone pensavano che non ci importasse di loro e dei loro morti, della loro vita, della loro paura, che non conoscessimo niente del loro paese con il suo carico di storia e di sofferenza, e che non avessimo letto né la Bibbia né la loro letteratura. Da un recente sondaggio risulta che meno della metà della popolazione italiana è informata sulle origini dello stato di Israele. Solo il 4% conosce gli eventi storici che hanno prceduto e che in qualche modo spiegano l’evoluzione del conflitto, e questa percentuale non cambia in maniera rilevante fra centrodestra e centrosinistra. Per molti israeliani, questa ignoranza è parente stretta dell’antisemitismo. E probabilmente hanno ragione: perché la conoscenza è amore e l’amore è conoscenza, mentre il non conoscere porta alla chiusura, al pregiudizio, all’odio.


Nei ristorantini dall’aria europea dove sono scoppiate le bombe

Lo ripetiamo ancora una volta, niente può essere più lontano dalle nostre intenzioni dell’equidistanza. L’ingiustizia e la violenza subita dai palestinesi sono, ed è giusto così, sempre in primo piano nella nostra azione politica, le mille emergenze che si creano mobilitano la nostra passione e ci spingono ad allargare la solidarietà, tutto questo è ovvio e comprensibile. Ma ciò non ci autorizza a disinteressarci dell’altro lato, di persone che vivono anch’esse nella violenza e nel terrore, che spesso vengono da situazioni di violenza e di terrore ancora più estreme, che vorrebbero trovare in Israele finalmente la pace e una vita degna e invece ci trovano l’incubo di una guerra perenne e senza via d’uscita.
Tante volte abbiamo avuto l’impressione di non conoscere abbastanza la gente d’Israele. Per fare un esempio, siamo rimaste stupite apprendendo da un’amica israeliana che esiste un flusso migratorio di ebrei provenienti dall’Africa orientale: ebrei di colore, quindi, dei quali ignoravamo perfino l’esistenza, e che arrivano in Israele disperati dopo decenni di guerra, sangue e fame, con la doppia difficoltà di essere neri ed ebrei, una delle quali è già sufficiente per non essere accettati in tanti posti. Costoro, d’altra parte, non si sentono pienamente accettati nemmeno in Israele, dove qualcuno sta avanzando dubbi sulla loro effettiva appartenenza al popolo ebraico: e se questo dubbio dovesse prevalere perderebbero la cittadinanza, e probabilmente verrebbero rimandati nell’inferno da cui sono scappati.
Apprezziamo immensamente l’umiltà con cui, in tanti anni di viaggi in Palestina-Israele, le nostre amiche israeliane hanno compreso e accettato che, del tempo trascorso laggiù, gli otto decimi fossero dedicati ai e alle palestinesi: ad appassionarci è la stessa lotta, quella per la fine dell’occupazione e la libertà della Palestina, e quindi era logico che così fosse. D’altra parte il già citato Mikado lo dice spesso: voi occupatevi della Palestina, loro ne hanno più bisogno, noi israeliani ce la caveremo. Una cosa però è che lo dicano loro: sanno cosa sta succedendo a Gaza e in Cisgiordania, sanno come noi che quella è la priorità, e loro stessi si battono quotidianamente per la fine dell’occupazione, senza la quale non c’è futuro. Noi invece siamo tenute a conoscere in modo approfondito entrambi i popoli che dovranno convivere, se vogliamo essere interlocutori credibili per entrambi. Le parole di Mikado non possono farci sentire esentati.
E chissà quante volte le nostre amiche avranno pensato: ma di noi cosa sapete, della nostra vita, di cosa pensano gli altri israeliani, quelli che della pace hanno un’idea tutta diversa, la grande maggioranza della gente d’Israele? Un paio di volte abbiamo trascorso la serata con una simpaticissima amica israeliana, cui vogliamo molto bene: lei ha scelto di portarci in un localino alla moda, elegante, dall’aria vagamente europea, pieno di giovani. All’entrata abbiamo tutte aperto la borsetta per farla controllare dal servizio di sicurezza, e alla fine abbiamo sborsato qualche shekel per pagare questo servizio in più. Abbiamo mangiato bene, bevuto bene, poi lei ci ha detto che aveva scelto quel posto perché c’erano già esplose due bombe. E quindi, statisticamente, era difficile accadesse ancora; oppure ha voluto farci provare il brivido che loro sono costretti ad affrontare tutti i giorni? Forse entrambe le cose. Una sfida non da poco.


Il femminismo, le lesbiche e la pace

Le donne in nero nascono come movimento di donne femministe israeliane contrarie all’occupazione della Palestina, le quali hanno scelto con grande lucidità e coraggio di rompere con l’omertà e denunciare le ingiustizie e le violenze operate dal loro stato, in nome loro, contro un altro popolo. Un atto che ci ha riempito d’ammirazione, e che è costato e costa a quelle donne insulti, sputi, ostracismo e condanne religiose, morali e politiche.
All’origine della rete internazionale delle donne in nero troviamo la volontà di reinventare il protagonismo politico delle donne al di là e al di fuori dei meschini vincoli imposti dalle arene politiche nazionali alla nostra creatività e alla nostra immaginazione politica. Ritrovarsi tra donne, coniugare i grandi temi della pace, della nonviolenza, dell’antimilitarismo con quelli della condizione femminile, della liberazione, della diversità, per parlarsi tra donne, per rivendicare la nostra maggior competenza in tema di conflitti, di dialogo, di costruzione del futuro e della convivenza.
Spesso però, parlando con le donne palestinesi, l’aspetto più propriamente femminista della nostra storia e del nostro discorso è difficile da affrontare. Non tutte le rappresentanti palestinesi hanno una storia e una consapevolezza femminista: per una come Rema Hammani, sempre lucidamente in grado di valutare quanto le donne pesano o non pesano nella lotta di resistenza, quanto la militarizzazione delle menti e della vita civile pesa sulle problematiche femminili, e quanto l’accresciuto peso delle fazioni islamiche fondamentaliste farà pagare alle donne, ce ne sono tante altre che forse rimandano il momento di far sentire la loro voce sui problemi più propri delle donne, perché la situazione è drammatica, perché bisogna essere uniti, perché prima viene la liberazione nazionale e poi si parlerà di quella delle donne… Comprensibile, ma quante volte l’abbiamo già visto succedere?
Certo, come diceva Hagar Rublev in una vecchia intervista, se le europee sono più interessate a riflettere su femminismo e pacifismo è perché loro non hanno a che fare quotidianamente con il conflitto, con la sopravvivenza, con l’orrore. Noi invece, spesso, ci sentiamo un po’ il fanalino di coda della riflessione: dal nostro punto di vista sembra quasi che le donne che si trovano nell’occhio del ciclone producano, paradossalmente, molta più riflessione di noi, che ce ne stiamo qui comode e in pace e per pigrizia mentale spesso non riflettiamo affatto. Stiamo parlando per noi, ovviamente, ci sono gruppi di donne in nero che riflettono eccome, non a loro si rivolge la nostra critica.
Ed ecco che spesso siamo state anche troppo disposte a rimandare l’approfondimento dell’intreccio pacifismo-femminismo per mettere in primo piano la solidarietà, l’aiuto concreto, l’appoggio politico alle strutture nascenti del futuro stato di Palestina. A volte, incontrando le autorità dell’ANP, ci siamo “dimenticate” di sottolineare l’assenza delle donne, di chiedere una maggior presenza delle leader di base nelle strutture direttive, di insistere perché concreti progetti di protagonismo delle donne e di liberazione della loro vita fossero tenuti sempre in primo piano nella costruzione della Palestina che verrà.
Nel dialogo con le israeliane, invece, questo non è mai stato e non sarà possibile. Con loro condividiamo sempre la tensione, lo sforzo di coniugare al femminile il discorso politico senza concessioni alla strategia dei due tempi. Le israeliane sono sempre all’avanguardia in queste tematizzazioni: da loro abbiamo sentito chiedere “donne ai tavoli delle trattative di pace”, e poi correggere la richiesta in “femministe ai tavoli delle trattative”, perché per costruire una pace così difficile ci vogliono donne che si siano liberate delle strutture mentali del potere patriarcale, quando qui in Italia dirsi femminista è diventato ormai una forma di arcaismo, e ci troviamo nella triste necessità di spiegare daccapo alle giovani donne le ragioni della nostra scelta di campo.
Hagar Rublev, fondatrice delle donne in nero, esplicitava in termini chiarissimi, ad esempio, il ruolo delle lesbiche all’interno del movimento delle donne in nero: a cominciare dall’idea iniziale, che fu di creare un movimento di sole donne non perché gli uomini non ce li volessero, ma perché le lesbiche non avrebbero partecipato a un movimento misto. “Sono sicura che le lesbiche siano il nocciolo – d’oliva – del femminismo. Per noi lesbiche questo è l’unico movimento in cui possiamo esercitare il potere e la riflessione su “un’altra società”, il che per noi è fondamentale. Perché la società che vediamo non è la stessa che vedono le donne eterosessuali: per noi gli uomini – il nocciolo della società attuale, quello che detiene il potere – praticamente non esistono. Noi camminiamo per strada, e gli uomini proprio non li vediamo. Se questi fossero bambini la cosa non sarebbe molto significativa, ma dato che sono il centro della società ciò significa che noi praticamente ne siamo fuori”.
Due anni fa a Gerusalemme c’è stato il primo Gay Pride israeliano, che ha violato un tabù antichissimo: e il movimento lesbo-gay si è espresso chiaramente contro l’occupazione e contro la discriminazione razziale. L’estate scorsa il secondo Gay Pride ha voluto portare la giornata dell’orgoglio omosessuale a Ramallah e a Jenin, per rendere visibile anche questo intreccio di solidarietà: e ha violato un altro tabù. A loro, ancora una volta, tutta la nostra ammirazione.

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