Bush vs Kerry: una falsa disputa
di John Pilger,
Nuovi Mondi Media
4 settembe 2004

La Camera dei Deputati degli Stati Uniti ha approvato una delibera
con la quale si autorizza, a tutti gli effetti, un attacco preventivo in
Iran. Per nulla scoraggiati dal crescente disastro in Iraq,
i repubblicani e i democratici si sono accordati per ribadire il ruolo
del potere americano. Ma il vero argomento di discussione non è Bush
e nemmeno Kerry, bensì la nascita dello “stato di sicurezza nazionale”
sul modello americano, l’asservimento delle economie nazionali a un
sistema che divide l’umanità, i modi per sovvertire il linguaggio
politico e infine, forse, come ritrovare l’amor proprio.

Lo scorso 6 maggio, la Camera dei Deputati degli Stati Uniti ha
approvato una delibera con la quale si autorizzava, a tutti gli
effetti, un attacco preventivo in Iran. 376 i voti favorevoli e 3 i
contrari. Per nulla scoraggiati dal crescente disastro in Iraq, “per
l’ennesima volta”, ha scritto un giornalista, i repubblicani e i
democratici “si sono accordati per ribadire le responsabilità del
potere americano.”

All’interno dell’ormai apparente bipartitismo americano, venire a
patti è costume in atto da tempo immemore. Con il benestare di
entrambi i partiti, gli indiani d’America sono stati sterminati, le
Filippine devastate e Cuba, e buona parte dell’America Latina, sono
state rimesse in riga. Facendosi strada nel sangue, una nuova stirpe
di antropologi - i giornalisti assoldati da magnati dell’editoria -
ha intessuto l’eroico mito di una super setta chiamata Americanismo, che
è divenuta ufficialmente ideologia grazie alla pubblicità e alle
pubbliche relazioni del XX secolo e che abbraccia indifferentemente
conservatorismo e liberalismo.

Sono stati dei presidenti democratici liberali a dichiarare la
Maggior parte delle guerre americane dell’età contemporanea:
Truman in Corea, Kennedy e Johnson in Vietnam, Carter in Afghanistan.
L’immaginario “missile gap” fu inventato dai liberali della Nuova Frontiera,
vicini a Kennedy, come pretesto per prolungare la guerra fredda. Nel 1964 il
congresso, a maggioranza democratica, autorizzò il presidente Johnson
ad attaccare il Vietnam, una nazione di contadini indifesi che non
rappresentava minaccia alcuna per gli Stati Uniti. Come nel caso
delle mai-esistite armi di distruzione di massa irachene, anche allora la
giustificazione fu un Oincidente’ mai avvenuto secondo il quale due
navi di pattuglia nord vietnamite avrebbero attaccato un nave da
guerra americana. Seguirono tre milioni di morti e la rovina di un
paese un tempo prospero.

Negli ultimi sessant’anni il congresso ha limitato solo una volta il
Odiritto’ del presidente a esercitare la forza sugli altri paesi.
Questo cambio di direzione fu rappresentato dal Clark Amendment del
1975, frutto del grande movimento pacifista che si oppose alla guerra
del Vietnam, ma poi abrogato da Ronald Reagan nel 1985. Negli anni
Ottanta, durante le invasioni del Centroamerica volute da Reagan,
alcune voci di impronta liberale, come quella di Tom Whicker del New
York Times, decano delle “colombe”, si chiedevano se il piccolo e
povero stato del Nicaragua fosse davvero una minaccia per gli Stati
Uniti. Oggigiorno, con la minaccia rossa sostituita dal terrorismo, è
in atto un’altra falsa disputa. Questo è il male minore.

Sono pochi gli elettori di idee liberali che si fanno illusioni su
John Kerry, ma il bisogno di scrollarsi di dosso la Ocattiva’
amministrazione Bush è davvero incombente. Il Guardian, portavoce
liberale della Gran Bretagna, afferma che le prossime elezioni
presidenziali rappresentano “un caso unico”. “I difetti e i limiti di
Kerry sono evidenti,” rivela il quotidiano, “ma sono messi in ombra
dal programma politico neoconservatore e dalla politica guerrafondaia
di Bush. Sono elezioni in cui il mondo intero tirerebbe un sospiro di
sollievo se il presidente in carica venisse sconfitto.”

Lasciamo pure che il mondo intero tiri un sospiro di sollievo, il
governo Bush è pericoloso e odiato da tutti. Peccato che non sia
questo il punto. Abbiamo discusso così a lungo, da entrambe le parti
dell'Atlatico, di quale fosse il male peggiore che è giunto il
momento di tralasciare le ovvietà e di esaminare in maniera critica un
sistema che sforna i Bush e le loro ombre democratiche. Per chi di noi si
meraviglia per aver raggiunto gli anni della maturità senza essere
saltato in aria per mano dei paladini dell’Americanismo, repubblicani
e democratici, conservatori e liberali, o per i milioni in tutto il
mondo che ormai rifiutano l’esempio americano in politica, il
problema vero è ben chiaro. È il seguito di un progetto cominciato
più di 500 anni fa.

I privilegi di “scoperta e conquista” concessi a Cristoforo Colombo
nel 1492, in un mondo che il Papa “considera una sua proprietà di cui
disporre a piacimento”, sono stati sostituiti da un’altra forma di
pirateria: la volontà divina dell’Americanismo, alimentata dal
progresso tecnologico, in primis quello dei media. “La minaccia
all’indipendenza dalle nuove tecnologie alla fine del XX secolo”, ha
scritto Edward Said in Culture and Imperialism (Cultura e
imperialismo), “potrebbe risultare maggiore di quella posta in
passato dal colonialismo. È ormai chiaro che la decolonizzazione non
rappresenta la fine dei rapporti imperialistici, ma semplicemente il
dispiegarsi di una tela geo-politica che andava intessendosi già dal
Rinascimento. I nuovi media hanno il potere di penetrare all’interno
di una cultura “recettiva” con maggiore facilità e più in profondità
rispetto a un qualsiasi altro prodotto delle tecnologie occidentali
precedenti.”

I presidenti degli ultimi anni sono stati tutti, in buona misura, una
crezione dei media. Ancora oggi, nonostante il passato criminoso,
Reagan è visto come un santo; la Fox Channel di Murdoch e la BBC
post-Hutton si sono distinte solo per le diverse modalità di
adulazione. E Clinton è ricordato con nostalgia dai liberali come un
politico non particolarmente capace, ma comunque illuminato; eppure
gli anni della presidenza Clinton sono stati molto più violenti di
quelli di Bush e gli obiettivi sono stata gli stessi: “l’integrazione
dei vari paesi nel mercato libero e globale”, le cui modalità di
realizzazione, ha rilevato il New York Times, “implicano un
coinvolgimento sempre più sfacciato da parte degli Stati Uniti negli
affari interni delle altre nazioni”. La “full spectrum dominance”
(predominio a tutto campo) elaborata dal Pentagono non è il frutto
dei “neoconservatori”, ma del liberale Clinton che approvò quella che
all’epoca fu considerata la spesa di guerra più ingente della storia.
Secondo il Guardian, John Kerry invia “incoraggianti segnali di
progresso”. È giunto il momento di porre fine a questo sproloquio.

La supremazia è la quintessenza dell’Americanismo; è solo la facciata
che muta o che cade. Nel 1976 il democratico Jimmy Carter promise
“una politica estera rispettosa dei diritti umani”. In segreto, però,
appoggiava il genocidio indonesiano a Timor Est e costituiva, in
Afghanistan, l’organizzazione terroristica dei mujaheddin che avrebbe
dovuto rovesciare l’Unione Sovietica e che, in seguito, generò i
talebani e al-Qaeda. Fu il liberale Carter, e non Reagan, a preparare
il terreno per Bush. In passato, ho intervistato due grossi nomi
della politica estera al tempo di Carter: Zbigniew Brzezinski, consigliere
per la sicurezza nazionale, e James Schlesinger, segretario alla
difesa. Tra i programmi che delineano il nuovo imperialismo, quello
di Brzezinski ha di certo raccolto i maggiori consensi. Investito
d’autorità biblica dalla congrega di Bush, il suo libro The Grand
Chessboard: American primacy and its geostrategic imperatives (La
grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia
americana), pubblicato nel 1997, individua le priorità americane:
assoggettamento economico dell’Unione Sovietica e controllo dell’Asia
Centrale e del Medio Oriente.


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