SHIRIN EBADI, PREMIO NOBEL PER LA PACE
di Marina Forti

Il suo capo scoperto e' stato subito notato, lunedi' sera all'arrivo a Oslo. Ma Shirin Ebadi lo ha sempre detto: "Porto il foulard in Iran perche' e' la legge. Voglio cambiare quella legge perche' penso che non sia affare dello stato dire alle donne se devono coprirsi la testa o no. Non porto il velo fuori dall'Iran perche' non c'e' tale legge", aveva dichiarato al giornale arabo "Al-Sharq Al-Awsat" il 30 ottobre scorso. Nessun gesto clamoroso, dunque, nel capo scoperto: casomai un'affermazione di principio e di liberta'. E questo e' consono a Shirin Ebadi, avvocata nota in Iran per aver difeso i diritti di bambini, donne, dissidenti e attivisti politici, che oggi nella capitale norvegese ricevera' il premio Nobel per la pace "per i suoi sforzi a favore della democrazia e dei diritti umani". Quando il comitato del Nobel ha annunciato la sua scelta, il 10 ottobre scorso, il riconoscimento a Ebadi ha suscitato ondate di simpatia in Iran, ma anche un'ondata di gesti ostili e minacce senza precedenti. L'avvocata si trovava in quel momento a Parigi e al suo ritorno a Tehran, il 13 ottobre, almeno diecimila persone si sono raccolte all'aereoporto per darle il benvenuto: una folla spontanea, membri del Majlis (il parlamento) e persone normali. Lei e' stata salutata con applausi ed evviva, qualcuno ha urlato appelli per la liberazione dei prigionieri politici o per un referendum sul
futuro del paese. Giorni dopo le autorita' universitarie sono state spinte ad annullare una cerimonia in suo onore. E sono cominciati invece i commenti velenosi, e anche le minacce. Per i conservatori, il premio Nobel all'avvocata dei diritti umani e' un gesto ostile all'Iran, un complotto dei nemici della rivoluzione islamica. "Kayhan", giornale vicino alla Guida suprema (l'autorita' assoluta della repubblica islamica, benche' non eletta), ha ricordato che Ebadi e' stata condannata per "propaganda contro la repubblica Islamica". Come a dire: l'aspettiamo al varco. Un giornale molto militante e meno ufficiale, "Ya-Lessarat", ha pubblicato una "sentenza di morte" contro di lei; qualcuno l'ha paragonata a Salman Rushdie (contro cui l'ayatollah Khomeini decreto' una fatwa nell'88), lettere anonime hanno minacciato il rapimento della figlia. L'ultimo episodio allarmante e' di pochi giorni fa, il 3 dicembre, quando Ebadi e' stata invitata a tenere una conferenza all'universita' femminile Al-Zahra: decine di Hezbollah, una delle milizie parallele che rispondono ai settori piu' conservatori della repubblica Islamica, bloccavano l'ingresso all'aula magna urlando "A morte", "Agente occidentale". I colleghi l'hanno portata via per proteggerla, la polizia non e' intervenuta, la conferenza e' stata annullata. Giorni dopo il presidente della repubblica Mohamad Khatami ha chiesto che i responsabili di quelle intemperanze (e del pestaggio di un deputato riformista, avvenuto giorni prima) siano perseguiti, e sia garantita la liberta' d'espressione. Tutto questo e' lo specchio esatto dell'Iran oggi. Shirin Ebadi incarna il lento cammino delle donne iraniane per riprendersi lo spazio pubblico. Magistrata, dal 1975 giudice al tribunale di Tehran, Ebadi e' stata messa alla porta dopo la Rivoluzione islamica nel 1979, quando le autorita' religiose decretarono che le donne sono "troppo emotive" per il mestiere di giudice. E pero', come altre di quella generazione, non ha mollato. Ha fondato un'associazione per la protezione dei bambini, ha fatto battaglie contro il lavoro minorile e perche' lo stato pagasse l'istruzione dei bambini di strada. Dal 1993 esercita come avvocato. Ha difeso donne vittimizzate da un apparato di leggi discriminatorie, e attivisti o dissidenti vittima della violenza di istituzioni dello stato. Si e' battuta per trasformare le leggi che discriminano le donne in nome dell'islam. Ha piu' volte detto che la discriminazione delle donne non e' scritta nella religione ma nella cultura. Quest'anno ha fondato, con altri avvocati, il Centro per la difesa dei diritti umani. Dopo l'annuncio del Nobel ha accettato nuovi casi: come la difesa della famiglia di Zahra Kazemi, la giornalista iraniano-canadese uccisa in luglio in custodia di polizia a Tehran. Ha detto: "Ho la responsabilita' di dimostrare che ho meritato quest'onore". A Oslo, ieri, Shirin Ebadi si e' detta contraria al concetto di guerra preventiva e a un eventuale attacco al suo paese per "imporvi la democrazia". In quell'intervista al giornale arabo aveva aggiunto: "Vorrei che Saddam Hussein fosse stato rovesciato dal popolo iracheno", e "La democrazia non si impone con le armi". Soprattutto ha rifiutato la contrapposizione tra islam e diritti umani: "I diritti umani appartengono a tutti, e la pace e' possibile solo se questi diritti sono rispettati", e "La lotta per i diritti umani... rafforza la societa' civile senza di cui non si puo' costruire la democrazia".

Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 dicembre 2003. Marina Forti, giornalista, particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud del mondo, della globalizzazione, e' un'esperta di questioni ecologiche globali

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