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Peppe Sini
ARAFAT OVVERO L'UMANITA'
Scrivo queste righe con fatica. Sapendo che possono essere fraintese, sapendo che comunque i ragionamenti qui svolti restano troppo di scorcio e che e' indispensabile che io faccia appello a chi legge perche' sappia collocarli nella riflessione e nelle scelte che di me gia' conosce, in assenza di cui troppo resterebbe oscuro o ambiguo. Ma mi faccio forza e scrivo, con fatica, queste righe. Dinanzi alle grandi tragedie ed alle palesi aberrazioni, spesso mi chiedo cosa ne avrebbe detto Primo Levi. E cercando di ritrovare cosa nei suoi scritti affermava in relazione a situazioni analoghe trovo un qualche conforto, e per cosi' dire una qualche guida, al mio sentire e meditare. E sovente rimedito le parole di Martin Buber nel noto drammatico confronto d'idee con Mohandas Gandhi in cui mi pare che Buber su alcuni aspetti sostanziali vedesse piu' chiaro, piu' concretamente, del Mahatma (i materiali sono in "Micromega" n. 2 del 1991, cui va aggiunto il lucido saggio di Giuliano Pontara in Idem, Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Che un governo presieduto da un personaggio del quale Primo Levi aveva chiesto l'allontanamento da incarichi ministeriali, dopo l'orrore di Sabra e Chatila, possa proclamare follemente di voler espellere dalla sua terra il presidente eletto dell'Autorita' nazionale palestinese e indipendentemente dal giudizio che si puo' dare sull'operato della persona in diversi frangenti - un simbolo vivente della lotta per l'esistenza del popolo palestinese; e che un membro di quel medesimo governo possa dichiarare senza sgomento intenzioni assassine; e che - a fronte non solo dell'istigazione all'omicidio ma alla dichiarazione della volonta' di procedere all'omicidio di un uomo che e' anche un capo di stato eletto dal suo popolo, e dinanzi all'etnocidio di un popolo - la cosiddetta comunita' internazionale sia cosi' sussiegosa ed elusiva; ebbene, tutto cio' e' qualcosa che dovrebbe far tremare il mondo intero di paura, di paura per la sorte dell'umanita' intera (tralasciando il semplice fatto che chi annuncia l'intenzione di farsi mandante di un omicidio dovrebbe essere allontanato da incarichi di governo, messo in condizioni di non nuocere, assicurato alla giustizia e al piu' presto processato da una corte secondo la legge). Poiche' questa politica terroristica che suscita terrorismo, poiche' questa politica che invece di salvare vite umane e' mandante di stragi e stragi favoreggia, poiche' questa politica doppiamente genocida dacche' ogni giorno da anni espone a immani sofferenze e a immensi pericoli il popolo di Palestina ed il popolo di Israele, ebbene, questa politica deve essere respinta e sconfitta, ed i suoi propugnatori messi in condizione di non nuocere: con la forza del diritto, con la forza della democrazia, con la forza della pace e del rispetto per la vita. Per la vita di tutti.
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Noi non abbiamo alcun dubbio sul fatto che il popolo palestinese abbia diritto al suo stato, uno stato indipendente e sovrano, uno stato democratico, uno stato in cui possa vivere una vita per quanto possibile serena e felice. Cosi' come non abbiamo alcun dubbio che lo stato di Israele debba esistere, indipendente, sovrano, democratico, e che il popolo che vi vive abbia diritto alla sicurezza, a una vita per quanto possibile serena e felice. Noi non possiamo dimenticare cio' che e' accaduto in Europa appena alcune decine di anni fa: proprio perche' c'e' stato l'orrore della Shoah e' dovere dell'umanita' intera impedire per sempre che dei gruppi umani siano vittime di tentativi di annientamento.
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Un amico molto caro, un uomo di straordinaria dirittura morale e profonda cultura, un autentico costruttore di pace come Ali Rashid, ha scritto in questi giorni riflessioni assai preoccupate, un'analisi senza edulcorazioni, parole che forse a qualcuno potranno spiacere nella loro intensita' anche emozionale e nell'esigenza di semplificazione ed enunciazione chiara del punto di vista, parole che sono un invito ancora alla ragione, alla comprensione, alla scelta della pace, della verita', della giustizia; vi vibra un dramma e un appello. Un'autrice che quantunque di noi piu' giovane sentiamo come maestra, Elena Loewenthal, ha pubblicato mesi fa un suo libro che si ha il dovere di leggere: Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003, in cui, da un'altra ma convergente prospettiva, anche lei propone riflessioni assai preoccupate, un'analisi senza edulcorazioni, parole che forse a qualcuno potranno spiacere nella loro intensita' anche emozionale e nell'esigenza di semplificazione ed enunciazione chiara del punto di vista, e avanza urgente un invito ancora alla ragione, alla comprensione, alla scelta della pace, della verita', della giustizia; vi vibra un dramma e un appello.
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L'occupazione militare dei territori palestinesi, e le devastazioni e gli omicidi commessi dall'esercito occupante, devono cessare: ed e' responsabilita' di un governo legittimamente costituito e democraticamente eletto farli cessare, e potrebbe farlo con una semplice deliberazione che sarebbe accolta dal plauso del mondo intero, dal plauso del mondo intero, lo ripeto: dal plauso del mondo intero; invece quel governo purtroppo continua in una politica che e' legittimo definire colonialista e stragista, una politica terroristica che altro terrorismo specularmente riproduce.
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Devono cessare, e' ovvio, gli attentati terroristici e stragisti contro la popolazione israeliana. E questo e' certo piu' difficile poiche' i soggetti che li promuovono non sono di tipo statuale, non agiscono in forma di esercito regolare, sono per l'appunto piu' idealtipicamente terroristi, e nessun potere di tipo statale - specialmente se reso cosi' fragile e pervicacemente delegittimato come quello dell'Anp - riesce agevolmente a contrastare il terrorismo (ne sappiamo qualcosa qui in Italia, dove di terrorismi ne abbiam conosciuti tanti, compreso quello di stato, e per sconfiggerne alcuni tanta fatica e' occorsa e tanto tempo, mentre tanto sangue innocente veniva versato). Attentati la cui responsabilita' diretta e' innanzitutto di organizzazioni che si sono profondamente radicate nella societa' palestinese e che sovente non sono esclusivamente terroristiche e criminali, ma svolgono anche altre funzioni, e funzioni rilevanti, nella societa', nella cultura. Gli attentati devono cessare: quelle organizzazioni che li promuovono e che si ispirano a grande tradizioni religiose o laiche approfondiscano il senso del messaggio universalistico di verita' e di giustizia cui dicono di far riferimento, sappiano leggere le scritture e le storie nel senso forte che ha alla sua base la scelta della fraternita', della convivenza, della dignita' umana, e ripudiando definitivamente il terrorismo tornino al rispetto di quell'antico e decisivo interdetto che e' a fondamento di tutte le grandi tradizioni di pensiero dell'umanita': "Tu non uccidere". Ed i pubblici poteri palestinesi, gia' cosi' vulnerati e indeboliti dall'occupazione ma non solo da essa, abbiano la forza comunque di fare il possibile per contrastare la deriva nella barbarie terroristica che nella sua spirale efferata trucida donne e uomini innocenti sia israeliani che palestinesi, e denega l'unica possibile via alla convivenza, cioe' al vivere tutti, al vivere insieme: la via del dialogo, della comprensione, della comune elaborazione del lutto, della comune ricerca di pace.
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Occorre fermare tutte le stragi, tutti gli omicidi, tutte le devastazioni che stanno portando alla disperazione e alla follia il cuore del mondo. Occorrono dei passi unilaterali: di pace, di giustizia e di riconciliazione. Occorrono dei passi unilaterali di pace: urgenti, immediati. La comunita' internazionale deve intervenire con un piano di proporzioni adeguate di aiuti umanitari e di interposizione nonviolenta, di aiuti sia alla Palestina che a Israele; e deve immediatamente riconoscere l'esistenza dello stato di Palestina; e deve garantire l'esistenza e il diritto alla vita di due popoli e due stati. L'Europa in particolare, responsabile della Shoah e del colonialismo, deve risarcire i due popoli e i due stati per le immense sofferenze provocate loro sia nel corso dell'ultimo secolo, sia nel corso degli ultimi due millenni. La societa' civile internazionale deve riuscire a far andare non decine, ma milioni di persone a fare interposizione nonviolenta, a difesa della vita e dei diritti dei palestinesi e degli israeliani. E deve contrastare con la massima energia ogni forma di razzismo, ogni rigurgito nazista. Il governo di Israele deve decidere subito la fine dell'occupazione militare e lo smantellamento degli insediamenti nei territori occupati. Le istituzioni e le organizzazioni palestinesi devono fare il possibile per disarmare i gruppi armati, contrastare la produzione e il traffico d'armi, e chiamare tutti a scegliere la vita anziche' la morte, a scegliere la lotta nonviolenta anziche' il suicidio e l'omicidio. I governi dei paesi arabi, da cui Israele e' attorniato e si percepisce circondato e minacciato (e da cui e' stato ripetutamente aggredito nel corso della sua breve storia), devono cessare e far cessare ogni forma di propaganda antiebraica e di minaccia a Israele, devono cessare di strumentalizzare il dramma palestinese, e devono invece dare garanzie ad Israele quanto aiuti allo stato e al popolo palestinese senza ambiguita' e senza ricatti. Ma anche le agenzie educative e della socializzazione, i leader religiosi, le organizzazioni di massa e i gestori dei mezzi di comunicazione dei paesi arabi devono dismettere l'ignobile crimine e la scellerata idiozia del razzismo antiebraico, e l'infame propaganda nazista contro Israele e la sua popolazione: per ottenere questo, e non sara' facile, occorre che la comunita' internazionale sostenga gli operatori di pace ed i promotori del dialogo e del rispetto dell'altro, sia nelle relazioni intergovernative, sia nel sostegno alle esperienze delle amministrazioni locali e della societa' civile che nell'area lavorano nella direzione della pace, della verita', della giustizia, della solidarieta', della comprensione, della percezione della comune umanita'. Tutti devono contrastare il terrorismo, quello di stato, quello dei gruppi armati, quello dei singoli. Atti unilaterali di pace occorrono, e la scelta della nonviolenza. E nessuno puo' chiedere all'altro di far qualcosa se lui stesso non comincia a fare qualcosa: atti di pace, di verita' e giustizia, di solidarieta', di nonviolenza. Solo con il rispetto della vita altrui e propria, solo con il dialogo, solo con la scelta della pace e' possibile fermare la catastrofe. In quel fazzoletto di terra non e' in gioco solo la vita di due popoli e due stati, e' in gioco il senso e il futuro dell'intera vicenda umana, la sorte dell'intera umana famiglia. E solo la scelta della nonviolenza, la scelta concreta, realistica, audace, necessaria, della nonviolenza - solo essa puo' salvarci tutti.
Peppe Sini è il direttore del foglio telematico La nonviolenza è in cammino
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