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L'Archivio Antiebraico
di Simon Levis Sullam,
"Tutto sarebbe apparso impossibile, oppure terri-bilmente difficile senza l'avvento dell'antise-mitismo. Grazie a esso, tutto si arrangia, si ap-piana, si semplifica". Questa riflessione di Charles Maurras, uno dei padri del fascismo francese, vale senz'altro per gli antisemiti del secolo scorso e naturalmente anche di questo. Per lo stesso Maurras - capofila tra questi - era, del resto, una sorta di constatazione-confessione. Paradossal-mente, pero', essa potrebbe valere, da un punto di vista diverso, anche per il mondo ebraico, che pure dell'antisemitismo ha sofferto e talvolta ancora soffre. Sia per l'antisemita che per l'ebreo comunque - volendo ragionare in modo un po' schematico - l'antisemitismo costituisce una differente ma in ogni caso utile semplificazione: per l'uno, come facile spiegazione del mondo, approccio stereotipo, falso ragionamento; per l'altro, come eterno lamento, alibi, persino falsa coscienza.
E' vero: esiste una ideologia ebraica dell'anti-semitismo e ne sta forse nascendo oggi una del cosiddetto "nuovo antisemitismo". Esiste anche da parte ebraica un uso politico o ideologico del-l'accusa di antisemitismo, soprattutto di fronte alle critiche verso lo stato di Israele. Si registrano d'altra parte nel mondo - questo e' altrettanto vero rinnovati fenomeni di antisemitismo: soprattutto in Francia, ma anche in Germania, e occasionalmente in Italia. Non solo, e non piu' soltanto, scritte sui muri, striscioni, slogan, ma anche bombe incendiarie nelle sinangoghe, insulti e aggressioni personali come e' avvenuto di recente in Francia. Soprattutto - e qui il fenomeno non e' nuovo ma, appunto, rinnovato luoghi comuni antisemiti: vecchie accuse; vieti stereotipi, che attraversano il discorso pubblico. Per quest'ultimo caso l'Italia sembra anzi distinguersi particolar-mente negli ultimi tempi: abbiamo avuto, infatti, di recente notevoli "casi", diversi ma per certi aspetti assimilabili, come quelli di Sergio Romano colla sua Lettera a un amico ebreo e di Alberto Asor Rosa colle sue pagine su ebrei ed Israele ne La guerra.
Ormai da vent'anni a questa parte, con alterne vicende, per una serie di passaggi e trasformazioni dei quadri politici e culturali e di quelli della memoria collettiva, l'antisemitismo non e' piu' un tabu'. Se ne pubblica in Italia in importanti giornali nazionali e presso autorevoli case editrici. Una situazione analoga (sebbene i fenomeni siano a mio avviso diversi) riguarda del resto, piu' in generale, il razzismo: com'e' evidente per un altro caso recente: quello di Oriana Fallaci. La rabbia e l'orgoglio, per di piu', non ha suscitato in Italia la stessa giusta indignazione sollevata in Francia, ma ha anzi venduto e continuato a vendere centinaia di migliaia di copie, distribuite oggi dal suo presti-gioso editore assieme ad un saggio razzista - anti-arabo - della stessa Fallaci, proprio sul tema dell'antisemitismo.
Vale dunque la pena riflettere, ancora una volta, sull'antisemitismo, magari in una prospettiva diversa da quella consueta: in particolare dal punto di vista specifico delle retoriche, delle regole del discorso, dei meccanismi verbali e linguistici (ma anche, allo stesso tempo, dei meccanismi concettuali, poiche' ad ogni discorso corrisponde un ragionamento). Di questo, in fondo, si e' alla fin fine soprattutto parlato in questi giorni - e anche in queste pagine - a proposito di Asor Rosa. Di questo si parla, in queste settimane, per fare un altro esempio, nello sconcertante dibattitto su Medio Oriente, ebrei, antisemitismo, di una lista di discussione in internet di storici italiani professionisti, in cui i toni, il vocabolario e la superficialita' degli approcci e' quella tipica del peggior discorso pubblico di questo periodo, nonostante l'ambito accademico e l'abito profes-sionale dei partecipanti.
E' possibile chiedersi percio' non tanto, come di solito avviene, perche' esiste l'antisemitismo, ma che cosa esso sia in sostanza, e soprattutto come esso generalmente si manifesti: studiare quindi le sue forme e i suoi funzionamenti. Anche per supe-rare l'immagine consueta - davvero ideologica - dell'antisemitismo eterno, sempre identico a se stesso dall'antichita' ai giorni nostri (immagine che si trova ad esempio, per certi versi, anche in uno storico autorevole e influente come Poliakov); o dell'antisemitismo bestia nera invincibile che si risveglia periodicamente in Europa; oppure malat-tia morale, mai davvero sconfitta, dell'individuo e della societa'. Sulle tracce di Foucault e della sua analisi della storia della cultura nell'Archeologia del sapere, e pur consapevole che questa prospet-tiva non esaurisce l'interpretazione storica del fenomeno ma puo' forse utilmente integrarla, propongo di considerare l'antisemitismo come una pratica discorsiva e ideologica che si avvale di un archivio antiebraico, costituitosi attraverso determinate tappe e passaggi della storia politica e
culturale eruropea, in via di costruzione e trasformazione nel tempo, ma comunque dispo-nibile ad essere ri-mobilitato, in contesti e talora con scopi diversi.
Propongo quindi di considerare l'antisemitismo - anche quello storico (e da questo punto di vista preferisco il termine generale e meno abusato di antiebraismo) - non come una vera e propria ideologia o un coerente sistema concettuale o di pensiero, e nemmeno come un semplice discorso; ma appunto come una "pratica", in cui si puo' entrare, scivolare, permanere (e da cui si puo' anche uscire) in momenti diversi. Questa pratica e' stata fatta propria nel corso della storia - e ancora oggi puo' venire e viene fatta propria - per motivi e con scopi e conseguenze molto diversi, da parte di
individui, di gruppi, di movimenti culturali e politici, di stati. Essa e' divenuta nei movimenti e regimi fascisti (ma in generale nei totalitarismi) ideologia di partito e di stato, e programma e azione politica concreta, fino allo sterminio di massa e al genocidio.
L'"archivio antiebraico" che questa pratica ideologica e discorsiva mobilita (e che anche come azione politica ha mobilitato, contribuendo allo stesso tempo alla sua continua formazione) e' un repertorio di immagini, discorsi, concetti, ragionamenti che si sono costituiti e depositati, a partire dall'antigiudaismo cristiano, attraverso l'antiebraismo di origine laica e illuminista, attraverso il razzismo, fino al moderno antise-mitismo politico propriamente detto. Questo archivio o questa biblioteca si sono formati grazie ad un insieme di autori, di opere e di testi, anonimi, collettivi, individuali: tra cui parti dei Vangeli; la leggenda dell'"ebreo errante"; gli scritti di Lutero, Voltaire, Wilhelm Marr, Drumont; i "Protocolli dei Savi Anziani di Sion"; il Mein Kampf di Hitler; alcuni scritti di Mussolini, di Preziosi, di padre Gemelli ecc.; e attraverso una serie di eventi, legati talora solo indirettamente alla storia degli ebrei: come la nascita del cristianesimo, la rivoluzione francese, ma anche - piu' specificamente il sorgere dell'antisemitismo politico, l'affare Dreyfus, il sionismo; oppure la prima guerra mondiale, la rivoluzione bolscevica, e piu' in particolare: la shoa', la nascita dello stato d'Israele ecc. Passaggi ed eventi che, anche quando riguardano piu' in generale la storia del mondo, hanno segnato l'archivio antiebraico e le pratiche ideologiche e discorsive che lo mobilitano. Se non altro perche' gli "ebrei" e l'"antisemitismo" hanno fatto spesso e continueranno a fare per molti versi da cartina di tornasole della coscienza occidentale, fungendo da - potremmo dire - parte per il tutto: sineddoche, metafora, simbolo, che l'Europa utilizza (certo anche assieme ad altri simboli o ad altre metafore, che si rendono o sono divenute disponibili nel tempo) per pensare se stessa nei suoi principali vizi e nelle sue maggiori virtu'. Un modo per semplificare le cose, come riconosceva Maurras.
Che centra tutto questo con Asor Rosa (o, ad esem-pio, con Sergio Romano)? Personalmente non mi interessa stabilire se un importante intellettuale della sinistra italiana e' o meno un antisemita: non mi interessano e non mi appartengono scomuni-che, etichette, marchi infamanti e nemmeno condanne moralistiche (magari, com'e' avvenuto di recente a Milano, con evidenti scopi di strumentalizzazione politica, che nulla hanno a che vedere con i temi specifici in questione e, piu' in generale, con un serio dibattito intellettuale e politico). Mi interessa invece capire, mostrare e discutere se e in che modo Asor Rosa, o Sergio Romano, o altri come loro (spesso con intenzioni, responsabilita' e risultati certamente ben piu' gravi), abbiano mobilitato con i loro scritti e discorsi - con procedure, scopi e motivi diversi - un "archivio antiebraico", e siano quindi entrati in questa "pratica ideologica e discorsiva" che va sotto il nome comune di antisemitismo. Nel caso specifico di Asor Rosa - che Rossanda ed altri hanno difeso su queste pagine e altrove - cio' a mio avviso e' avvenuto in particolare con l'utilizzo ripetuto e inequivocabile del termine "razza" e "razziale" (magari, nel caso di Asor, di lontana origine letteraria, e non biologista e razzista, ma inevitabilmente scivolando in questa prospettiva), includendovi l'"ebreo" e l'"ariano", o semplice-mente la "razza 'decisamente diversa'" - mobilitando quindi l'archivio dell'antisemitismo razzista; con il riferimento al "deicidio", cioe' alla famigerata e secolare supposta colpa "ebraica" di aver ucciso Gesu' - utilizzando quindi l'archivio dell'antigiudaismo cristiano; con l'orientalizzazione dell'ebraismo, descritto da Asor come "puro Oriente", in pagine che rientrano appieno nel-l'analisi di Edward Said sull'Orientalismo (e lo stesso Said ha sottolineato gia' venticinque anni fa, con una certa vena ironica, i rapporti tra "orientalismo" e "antisemitismo": due archivi e due pratiche affini); con il richiamo - tipico, di nuovo, dell'archivio antigiudaico - all'"occhio per occhio, dente per dente"; col riferimento, infine - antisemita e razzista (anche se, di nuovo, possiamo pure concedere all'autore il credito dell'evocazione letteraria) - alla "piaga ebraico palestinese, che continuera' ad infettare il mondo". A questo va aggiunto, sempre sul piano di un'analisi retorica e linguistica (nonostante che in un'intervista a "Repubblica" Asor Rosa invochi, in modo - nella migliore delle ipotesi - un po' oscuro, il "metalinguaggio"...), il passaggio in un punto del suo ragionamento alla lingua tedesca ("Israele [...] ha ripreso e praticato fino in fondo la caparbia ostinazione a mettere il proprio principio (Ord-nungsprinzip), purificato da ogni contaminazione esterna, al centro del mondo"), che potrebbe contenere a mio avviso, per questo termine Ordnungsprinzip (che si incontra anche nel pensiero politico tedesco conservatore) e per la formula che lo segue: "purificato da ogni contaminazione esterna", un parallelo ambigua-mente allusivo, tra stato di Israele e nazismo. Su questo, poi, e' in errore anche Rossanda: l'esecrabile ed atroce politica israeliana nei confronti dei palestinesi non puo' essere para-gonata all'Olocausto, come in sostanza si fa accostando la terribile deportazione dei palestinesi o anche le inaccettabili violenze contro di loro, e la deportazione e la violenza nazista contro gli ebrei: magari dimenticandosi che questi venivano non solo "trasferiti" o "deportati", ma avviati alle camere a gas, sulla base di un progetto genocida che non esiste oggi e non e' mai esistito in Israele-Palestina. Analogamente va ricordato il preten-zioso passaggio di Asor Rosa alla lingua latina: un latino che a mio avviso e' - da un punto di vista ideologico - ecclesiastico e pre-Concilio Vaticano II, e quindi precedente tra l'altro alla condanna da parte della Chiesa dell'antigiudaismo cattolico e alla cancellazione dell'accusa agli ebrei di deicidio. Dico il latino della molto infelice frase conclusiva di Asor Rosa: "Olocaustus produxit exodum et exodus produxit olocaustum. Il cerchio infernale della storia umana ha compiuto un altro giro". Dove evidentemente il "giro" e' piu' che altro quello linguistico, pseudo-concettuale e idoeologico del-l'autore, che collega qui, piu' o meno espli-citamente, nazismo, sionismo, e politica israeliana in modo piuttosto capzioso.
Questa riflessione sulle pratiche e tradizioni retoriche, sulla mobilitazione e ri-mobilitazione di "archivi", "biblioteche", e - come nel nostro caso - "parole", vale per un Sergio Romano e una Oriana Fallaci, ma vale anche e forse a maggior ragione (nonostante le differenze tra questi autori) per uno studioso della letteratura, del linguaggio e, appunto, delle retoriche, come Asor Rosa, che per di piu' scrive in apertura ai suoi saggi su La guerra: "I 'modi della guerra' impongono certi 'modi del discorso'", e sottolinea quindi il proprio sforzo di "delineare una retorica del 'discorso pubblico' in questa fase e di proporne una nuova etica, o meglio, un nuovo principio di responsabilita'". Se l'antisemitismo e' oggi in Italia soprattutto una pratica discorsiva, un repertorio di tradizioni retoriche - com'e' effettivamente nel caso di Asor, che si ricollega e mobilita nuovamente il peggio di queste tradizioni: tradizioni che pero', e' bene ricordarlo, non sono rimaste soltanto discorsi ma sono divenuti nella storia, e possono con una certa facilita' divenire, tragici ed incancellabili fatti (dalle persecuzioni allo sterminio) dove sono finite, di questi ultimi tempi, a destra come a sinistra, sui giornali e nelle casi editrici, l'etica e la respon-sabilita' del discorso, appunto, e con esse gli ideali e i principi della tolleranza, del rispetto della diver-sita', ma anche della riflessione e della conoscenza e coscienza storica che vi sono o dovrebbero esservi necessariamente collegati?
Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 febbraio 2003.
Simon Levis Sullam, docente all'Universita' di Ve-nezia, e' un prestigioso storico ed acuto saggista.
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